Ognuno di noi ne ha uno per amico che ci preserva dalla rovina finanziaria: il risparmiatore compulsivo.

Il risparmiatore compulsivo non è oculato per bisogno, ma per vocazione; è l’unto del Signore mandato fra gli uomini per insegnare loro l’arte dell’accumulo, al godimento del quale rinuncia felice in vita terrena e consapevole di non poterlo fare neppure nell’eternità.

“Nulla si crea e nulla si distrugge” vale pure per la ricchezza: la si può raggranellare qua e là per impilarla e accatastarla come la legna, ma non creare; come il vapore si trasforma in liquido quando condensa, così i beni terreni possono cambiare consistenza fisica: da fruscio di banconote dentro un materasso a liquidità virtuale in un conto bancario e poi ancora in muri con un tetto sopra.

Il risparmiatore compulsivo gode nello spazzare l’aia raccogliendo i più piccoli granelli di averi per farne un grande patrimonio e poi sedersi a rimirarlo, con un’occhiata compiaciuta anche al deserto attorno dopo la sua minuziosa opera di pulizia pecuniaria.

Da non confondere con il magnaschei che tenta ogni mezzo, lecito e non, per mettere un solo filo d’erba in più nel suo fienile.

No, il risparmiatore compulsivo è onesto fino all’autolesionismo: rifiuta sempre di dividere il conto alla romana con gli amici, ma passa mezze ore a solfeggiare sul conto del ristorante con la calcolatrice per addebitare a ciascuno quanto effettivamente consumato, pure l’assaggio delle penne all’amatriciana del vicino applicando algoritmi matematici con equazioni di secondo grado e una volta calcolate tutte le quote, presenta a ogni commensale il conto fino al sesto decimale.

Poi va alla cassa, lascia per mancia i 5 centesimi in più causa arrotondamento per eccesso e dice: “Non è che per caso salta fuori un giro di amaro della casa?”

Ed è un grosso bugiardo — a fin di bene, si capisce: il risparmiatore compulsivo si inventa le panzane più inverosimili per proteggere anche il tuo, di denaro.

Sei a casa ammalato?

Lui si rende immediatamente disponibile per farti la spesa; ti chiede di mandargli la lista su WhatsApp e un bonifico a garanzia; appena lo vede accreditato, si reca al supermercato, torna e ti consegna le buste.

Tu le apri e invece del crudo di Parma ti ritrovi un cotto di pecora algerina e una “Prime Uve” ha sostituito la “Storica Nera” Domenis che ti eri tanto raccomandato; se gli chiedi ragioni ti dice che crudo e Storica erano finiti “e poi è la stessa cosa”, conclude.

Le mele che avevi chiesto non le trovi in un sacchetto, ma sparse qua e là, ognuna con la sua etichetta di pesata: “Visto che ti ho fatto risparmiare peso del sacchetto e relativo centesimo di costo?”, ammicca orgoglioso.

Infine ecco lo scontrino con una nota a matita per addebito di € 1,28 per benzina e € 0,11 per oneri finanziari causa immobilizzo per 35 minuti di € 2,00 nel carrello della spesa.

È persona affabile, solare anche, ma ama le tenebre: a casa vive nella penombra di una sola lampadina accesa da 15 watt, quella del corridoio perché baricentrica; oramai ha imparato a evitare mobili e suppellettili usando l’eco di ritorno come i pipistrelli.

Quando gli fai visita e chiedi del bagno, ti guida come un cane per ciechi, ti apre la porta e si scusa perché “c’è un guasto elettrico anche in bagno, ma il tecnico arriva domani a sistemare tutto”; tu entri, traffichi un attimo con la lampadina e improvvisamente lux ecce surgit aurea: era solo svitata.

Il risparmiatore compulsivo è alla perenne ricerca di suoi simili per rinverdire i fasti negli anni ’80 degli Spandau Ballet, magari con una piccola rivisitazione del nome della band: gli Spendau Macché.

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