Lavoravo in una pizzeria d’asporto di quartiere, piccola e nascosta, con un’aria vecchia rivestita da un ammodernamento fittizio. Nuovi colori, nuovo mobilio e nuovo personale avevano trasformato una catapecchia in una pizzeria chic ed elegante sui toni del verde muschio, ma la clientela rimaneva la stessa.

Rozzi uomini entravano e uscivano dal locale con pizze calde e fumanti che emanavano un odore ormai diventato nauseante. Uomini con donne, uomini con bambini, uomini con uomini. 

Lavoravo come cassiera e ci dovevo per forza avere a che fare, anche se nel profondo del mio animo non avevo alcuna intenzione né di parlare né di sorridere a uomini di questa zona così desolata e dispersa, circondata da strade camionabili trafficate, a loro volta delimitate da lunghe distese di campi di grano, mais e soia. 

Tutto sommato, però, questo nuovo posto mi ricordava il comfort di casa: piccoli spostamenti, piccola realtà, piccole interazioni, anche con i colleghi. Questi ultimi erano simpatici, anch’essi arricchiti da una vena paesana che li rendeva ancor più divertentie e anche un po’ goffi nel modo di impastare le parole e creare delle locuzioni a volte un po’ confusionarie, a volte un po’ troppo prolisse.

Mai espressioni troppo profonde, mai discorsi troppo articolati, al fine di  mettere un po' in discussione il proprio sé in relazione agli altri. 

L’aria che si respirava, assieme all’odore di pizza e fritti, era di leggera scherzosità, forse per smorzare il peso delle mansioni. 

In particolare ricordo un collega che, nella sua semplice serenità, di tanto in tanto veniva al lavoro con il broncio. Il suo umore oscillava di giorno in giorno tra risposte brusche e sgarbate, sorrisi divertiti e battutacce. Un giorno gli chiesi come mai avesse il muso lungo, anche se me lo domandavo già da un po'. Non glielo chiesi direttamente in faccia, ma mi nascosi all’interno della mia auto, abbassai il finestrino, ma non del tutto, e gli domandai che cosa avesse quella sera. 

Lui, quasi lusingato dal fatto che qualcuno si fosse preoccupato della sua condizione, appoggiò il gomito sul bordo del finestrino abbassato e sospirò. Oltrepassò la barriera che avevo simbolicamente creato, quasi come se volessi nascondere la mia curiosità per uno stato d’animo non conforme alla narrazione che avevo sviluppato su di lui.

Allora abbassai ulteriormente il finestrino, barriera sfondata. 

“È che, sai… ho passato una brutta giornata”.

“Oh, mi dispiace”.

“Ero indeciso se venire, non volevo tirare il pacco all’ultimo”.

“Capisco… allora domani fai di tutto per tornare con il sorriso. Ci vediamo, ciao”.

“Ciao, a domani”.

Rialzai il finestrino, accelerai lentamente e quasi timidamente, freccia a sinistra, svoltai e tornai a casa. 

Non appena varcata la soglia d’ingresso, ricevetti un messaggio da questo collega in cui mi ringraziava per avergli chiesto se fosse tutto a posto. 

Mi sembrava assurdo dover ringraziare per una chiacchiera in più, ma ciò mi fece rendere conto di quanto non siamo abituati a essere notati, nonostante le nostre continue esposizioni mediatiche in una specie di vetrina sociale. 

Siamo o non siamo abituati a essere notati? Forse non ce ne accorgiamo quando succede veramente. 

Non credo che le mie parole abbiano fatto la differenza, anche perché non mi interessava davvero il suo star bene: mi interessava sapere perché fosse triste. È diverso. 

Ho pensato per un po’, ma non troppo, al messaggio di ringraziamento. Da una parte ero lieta di stare instaurando un bel rapporto tra colleghi, dall’altra stupita di quanto una sciocca curiosità avesse forse cambiato la serata a una persona.

Non mi interessavi, ma forse non ho pensato abbastanza accuratamente a quale altezza regolare il finestrino affinché non ti appoggiassi. 

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