Ti fai un’idea dell’equatore e poi vieni smentito dalla realtà. Se atterri ad Arusha vedi il Kilimanjaro perennemente innevato. I dolci pendii del vulcano ti ingannano. Puoi scalarlo a piedi, fino a 3.000 metri. E ti inganna, come tutto il resto. A quella quota rischi ustioni severe, ma la temperatura è fresca e tu non lo capisci. Più sopra, le ossa dei turisti imprudenti rimangono a biancheggiare al sole. Peggio per loro.
Atterro ad Arusha e guardo il vulcano con ammirazione e sospetto. Lungo la strada, alberi di caffè. E io che credevo fossero arbusti: sono alberi maestosi. Trascorrerò una notte in un resort. Domani incontrerò la guida che ci condurrà su una jeep, in viaggio, o safari, come si dice in swahili, verso il Serengeti, la pianura sconfinata. Intanto, nel corridoio dell’hotel, vedo un uomo montare di guardia, armato di fucile mitragliatore. “Temono gli uomini più dei leoni”, penso.
La mattina facciamo colazione, poi incontriamo la guida e il battitore. Dobbiamo fare la spesa. Sul ciglio della strada crescono banani. È una vera bidonville, dappertutto squallide baracche e cumuli di spazzatura. Ci fermiamo in una specie di supermercato. Compriamo pasta, acqua, tanta acqua, uova, frutta, carne in scatola. Vicino a noi la riproduzione di una capanna Masai, con tanto di pozzo per l’acqua. La guida parla inglese e swahili, il battitore qualche sconosciuto dialetto bantu. 

«Siamo in territorio Masai», dico. «Non parlate la loro lingua?».

«I Masai non sono sempre amichevoli come sembra. Noi siamo Bantu. Per parlare con noi si sforzeranno, con l’inglese e lo swahili». 
La strada prosegue digradando verso ovest. Il Kilimanjaro è alla nostra destra. Ogni tanto incrociamo gruppi di giovani Masai. Indossano mantelli di lana blu e tengono la lancia in pugno.

«Sono stati circoncisi da poco. Per rientrare nei villaggi devono dimostrare di essere diventati forti guerrieri».
«Come?».
«Catturando uno struzzo o ammazzando un leone».

«E se non ci riescono?».
«Dovranno aspettare dieci anni, andando a caccia e portando le prede al villaggio».

Siamo affamati e ci fermiamo lungo la strada polverosa. Il battitore prepara una frittata che mangeremo col pane. Si avvicina un bambino di sette o otto anni, magrissimo. Ha con sé un bastone e indossa un mantello blu stracciato e sporco. Accanto a lui, altrettanto magro, il suo cane. Ci teme, non ha il coraggio di avvicinarsi. Quando gli offro da mangiare, scappa. Non capisce lo swahili. Lascio un pezzo di pane su una pietra e lui, con fare circospetto, lo raccoglie. Lo divide in due con le mani e ne allunga la metà al cane. Mangiano, tenendosi a prudente distanza. Offriamo loro altro cibo e, questa volta, lo accettano dalle nostre mani.  
Il bambino prende confidenza con noi. Comincia a studiare le nostre cose. Si ferma vicino allo specchietto retrovisore della jeep. Adesso è sovraeccitato. Si guarda nello specchio e passa e ripassa la mano dietro di esso. Ripete una sola parola: “maji”. La guida ci dice che in swahili vuol dire acqua. 
Dobbiamo andare. Regaliamo al bambino uno specchietto da borsetta, mentre inizia uno di quei violenti temporali tropicali.  

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