Mi trovavo in un ristorante e, nell’attendere che mi venisse servito il menu, presi ad osservare un signore che, come me, sedeva da solo ad un tavolo non troppo distante dal mio. Quest’uomo, sulla cinquantina, il cui aspetto non mostrava segni particolari, parlava ad alta voce per attirare l’attenzione dei presenti. Il suo monologo, che presentava brevi intervalli di silenzio, era, a mio avviso, una ricerca un po’ affannata di comunicazione.

Infatti mentre commentava più o meno spiritosamente delle situazioni e dei fatti di attualità e motteggiava sul servizio del locale, i suoi occhi cercavano con insistenza quelli degli altri commensali. Arguii che non si trattasse di esibizionismo, giusto perché nel suo sguardo mi sembrò di leggere tra le righe le parole solitudine ed infelicità. Osservai tra l’altro la sua mano sinistra e notai che aveva la fede; anche questo poteva generare delle ipotesi, ma, ovviamente, per definire la tesi esatta si sarebbe dovuto entrare nella sua vita, nel suo mondo.

Quando ebbe terminato di mangiare, il personaggio diede l’idea di volersi trattenere un altro poco in quel luogo, si mise a giocherellare con apparente noncuranza con dei gettoni telefonici che aveva estratto di tasca. Non aveva avuto molto ascendente sui presenti dato che questi non avevano quasi prestato ascolto al suo parlare e quando lo vidi allontanarsi la mia prima impressione sul suo modo di guardare non cambiò.

                                 

Carlo Giarletta

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