Mi sentivo solo in quel grande aereo che mi portava in America e onestamente non avevo tanta voglia di andarci, ma la vecchia prozia trapiantata a New York era ansiosa di rivedere quel frugoletto che aveva tenuto in braccio pochi istanti, giusto il tempo di rimediare una pipì sul suo bel vestito celeste pastello comprato apposta per l'occasione.

Ora quel frugoletto era un omone di due metri e 140 chili, piazzato dalle hostess nel posto più grande (ma mai abbastanza), con annessa prolunga per la cintura di sicurezza.

Chissà cosa avrebbe pensato di me la tenera vecchietta che onestamente non potevo ricordare affatto. Ma la mia mente intanto la disegnava tutta americanizzata: capelli viola e soprattutto occhiali di strass, unico elemento riconducibile alla vecchia foto del mio battesimo. Cercavo anche di ricordarmi quale fosse il grado esatto di parentela e di quali altri parenti avrei dovuto ricordare almeno i nomi.

Incastrato nella sempre troppo piccola poltrona dell’aereo ne avevo tutto il tempo, così cercavo di mettere a fuoco i vari rami dell’albero genealogico.

La cugina di mio padre aveva sposato…… No, la cugina era di mia madre e aveva sposato il fratello della zia…. no no no, la zia non ha fratelli ..credo…Allora non era la cugina, ma la zia della cugina di mia….. Accidenti a loro non ricordavo nulla!

Chi di chi? Perché? Ma ora basta. L’ hostess mi stava porgendo la mascherina nera per coprire gli occhi ed una soffice copertina. Bene si dorme!

Ma la mia testa non era affatto d’accordo e continuava a friggere in sogno incastri di zii, nonne e cugini per arrivare a definire col giusto nome colei che mi aspettava a braccia aperte.….

Quando mi risvegliai avevo deciso di chiamarla zia senza domandarmi più come e perché era successo che io potessi chiamarla ZIA.

Superato il controllo doganale nel gigantesco aeroporto nord Americano, guardai verso le persone in attesa ma non vedevo nessuna tenera vecchietta riconducibile all’occhialuta tizia ancora giovincella dei tempi. Intanto si faceva largo una persona che sovrastava tutti, presumibilmente di sesso femminile, vista la bocca un po’ grinzosa ridisegnata da un abbondante strato di rossetto color fiamma.

Stivaletti da motociclista, pantaloni attillati di pelle ecologica che lasciavano supporre due gambe da giocatore di rugby, giubbotto imbottito, sempre di pelle nera, con indefiniti disegni bianchi e rossi. Le faceva due spalle esagerate! Da sotto la bandana uscivano robusti ciuffi di capelli color violetto sul viso semicoperto da… ALATI OCCHIALI SBRILLUCCICANTI DI STRASS!

-”Iccio Iccio Iccio!!!”-

Nessun dubbio, era lei! Nelle annuali telefonate per le festività non era mai riuscita a pronunciare il mio nome per intero. Alzai un braccio in segno di saluto e feci contemporaneamente un altro significativo segno del tipo “aspetta sto arrivando”, ma lei entrò lo stesso a grandi falcate nella zona arrivi.

Due guardie della sicurezza ci provarono a bloccarla, ma zia , una spinta, una spallata e op, mi raggiunse abbracciandomi a mo’ di strangolamento. Sulle mie guance venne equamente distribuita gran parte dell’appiccicoso rossetto fiamma, poi sfilandomi dalle mani la valigia, cominciò a sospingermi molto energicamente verso l’uscita dove ci aspettava un gigantesco pick up, anch’esso rosso fiamma, con ai lati disegni di fiammate…

Mi arrampicai a bordo, mentre zia, guadagnato il volante, partì a razzo cominciando a parlare senza sosta in un esperanto tutto suo, mischiando italiano maccheronico, spagnolo, messicano, inglese. Discorso incomprensibile ma cullante e crollai in un sonno beato tranquillo, sicuro …Mi svegliò il suo implacabile: -“Iccio Iccio Iccio”-

Eravamo arrivati, mi tirò giù molto energicamente dal pick up, mi pilotò in casa, cantilenando:

–“ Nos otros subito dormire because tomorrow nos otros alzare ampresso ampresso. Tomorrow fiesta di mio carissimo friend. Su casa està a 300 km. Bacio a zia tua” –

E così dicendo, strangolandomi con un altro abbraccio, finì di spalmare il rossetto fiamma sulle mie già sbaffatissime guance.

 

Fu un sonno breve ma intenso e già la cara zia mi spingeva verso l’uscita, mi ficcava nel pick up, saltava al posto di guida e partiva a razzo ingoiando le strade a quell’ ora deserte della periferia. Guidando parlava ininterrottamente, mai zitta, peggio di una radio, ma io continuavo a dormire a occhi aperti. Dopo qualche ora ci fermammo davanti a una casa che rimbombava di musica rock. Tutto attorno macchine parcheggiate e moltissime moto di svariate fogge e sgargianti colori.

Il giardino antistante era quasi pieno di persone vestite più o meno come zia e la festa doveva essere proprio cominciata la mattina presto a giudicare dalla grande quantità di lattine di birra accatastate in un angolo del giardino.

Zia tuonò che io ero Iccio, suo nipote e che venivo dall’Italia. La notizia, più che commenti, sortì una nuova bevuta generale.

Svicolai in casa e anche li l’impegno maggiore era bere birra e ascoltare musica a tutto volume. Zia, superando anche il frastuono, continuava a urlare a destra e a manca che ero Iccio, il nipote venuto dall’Italia.

Mi ritrovai con una birra in mano a mo’ di benvenuto. Bevendo mi guardai attorno. Eh sì, che la festa era iniziata da molto si vedeva dall’effetto già raggiunto dall’alcool sui presenti.

Uno in particolare m’incuriosiva e non perché si scalmanasse, anzi.

Era in una stanza adiacente il salone, seduto al fianco di un tavolo. Anche lui in tuta di pelle, giaccone a spalle larghe, occhiali neri come carbone e stivaletti. Ai suoi piedi una ragazza accovacciata. Che dolce fanciulla. Gli carezzava la mano, forse piangeva, ma lui, niente! Immobile, insensibile! Occhi puntati alla finestra, guardava fuori ignorandola completamente. Dopo un po’ lei, evidentemente stufa di farsi trattare così, si alzò e se ne andò.

Lui non fece una piega. Ero indignato da tanta durezza, stavo quasi per dirgliene quattro nel mio storpiato inglese quando: -” Oh Iccio tu està qui bello ‘e zia. Caman.”-

Zia mi stava già spingendo come un panzer verso qualcuno che voleva assolutamente presentarmi, ma prima di essere catapultato fra le braccia di qualche altra vegliarda piena di rossetto feci in tempo a chiederle chi fosse quello seduto al tavolo. Rispose che era il padron di casa. Quindi proprio il festeggiato! Caspita che cafone.

Zia intanto voleva presentarmi tutti e a tutti i costi e poi mi spinse di nuovo nel pick up blaterando che era tardi e avevamo molta strada da fare, ma insistetti ugualmente per rientrare in casa. Volevo... ringraziare... il padron di casa. Non avevo rinunciato a dirgliene quattro.

Ma zia si bloccò e girandosi verso di me disse - “Cosa vuoi fare?”-

Ripeterglielo servì solo a far ripetere a lei -”Cosa vuoi fare?”-Ma poi aggiunse che non avevo capito nulla…Il padron di casa era un morto che nelle sue ultime volontà aveva chiesto di assistere alla sua festa di addio. Ricaddi sul sedile del pick up sentendomi ancor più scemo, ma poi, prima che zia riattaccasse il suo soliloquio, le chiesi di spiegarmi qual’era esattamente il nostro grado di parentela e da quale giro di congiunti uscisse fuori. Si girò di scatto un po’ alterata. A quanto pare erano due giorni che non parlava d’altro! Ma sì, in macchina dall’aeroporto, a casa prima di sbattermi a nanna e oggi venendo alla festa! Sempre!

- “ Ah Iccio Iccio allora….” – e ricominciò a spiegare con la sua soporifera cantilena italoispanicoinglese che il fratello della cugina della zie……. Ma io, già pensando all ‘aereo che mi avrebbe riportato a casa, lentamente ancora una volta mi ero addormentato….

 

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