Era da un bel po' che camminava ed immerso nei suoi pensieri sembrava non riuscire ad arrestare i suoi passi per tornare indietro. Non conosceva dove quel sentiero lo avrebbe condotto così come non conosceva le ragioni che avevano spinto la madre a portarlo in un luogo che ai suoi occhi appariva così vuoto ed immobile. Mentre pensava a tutto ciò vide delle impronte sulla neve. Si accucciò per guardarle meglio. Le trovò strane, forse già viste in un libro o alla tv, sforzò la sua mente per associarle a qualche animale. Ma gli passarono davanti agli occhi tante di quelle creature che alla fine rinunciò e così si tolse un guanto ed appoggiò il palmo su una delle impronte. Sentì il freddo avvolgergli la mano, mentre la faceva affondare nella neve fino a toccarne l’erba e la terra sottostanti. Poi si mise ad annusare l’aria, sapeva di corteccia ed aghi di pino, di terra umida e di una esistenza che non conosceva, di cui non sapeva nulla. Guardò la sua mano nella neve e le impronte davanti ad essa pensando all’essere che le aveva lasciate e alla vita che si nascondeva ai suoi occhi e alle sue orecchie. Sollevò la mano e si alzò in piedi fissando la sua impronta e quelle dell’animale. Si immaginò che andassero nella stessa direzione, ma dove… non lo sapeva! Si rinfilò il guanto e riprese il camino, ma ancora non in direzione della nuova casa.

Più avanti il sentiero si fece più stretto ed il bosco più fitto. I raggi del sole a fatica si infilavano tra i rami degli alberi per illuminare il terreno dove, in alcuni punti ciuffi d’erba secchi sembravano aver resistito al compito della neve di ricoprire ogni cosa. Continuando a camminare lungo il sentiero, con le braccia allargate, il ragazzino passava le mani sui rami più bassi degli alberi; la neve si raccoglieva sui suoi guanti di lana per poi cadere leggera ai lati delle sue impronte. Stava fissando quel precipitare lento quando all’improvviso udì un frenetico scalpitio giungere dritto di fronte a lui e così si fermò ad ascoltare il crescere del trambusto. Il tempo di un respiro e la bestia arrivò, arrestando bruscamente la sua corsa a una decina di passi davanti a lui. Non aveva mai visto qualcosa di simile. Fiera ed imponente: con palchi enormi; dalle narici uscivano nuvolette di vapore che si espandevano dissolvendosi nell’aria fresca del bosco. Scosso da quell’improvvisa apparizione, sentì su tutto il suo corpo lo sguardo dell’animale. Gli occhi lucidi della bestia lo fissavano, mentre teneva il corpo immobile saldamente piantato a terra. Il tempo sembrò rallentare e fermarsi, cristallizzando ogni cosa attorno a loro come in una riproduzione di vita impressa sul vetro di una cattedrale. Il ragazzino percepiva solo lo sguardo della bestia che penetrava sempre più in profondità, come una silenziosa preghiera, facendolo sentire piccolo e impotente.

…l’improvviso boato mandò in frantumi ogni cosa. 

Il corpo del ragazzino sussultò in uno spasmo di spavento. I muscoli si contrassero trasformando la carne in pietra. Lo sparo gli rimbombava da un orecchio all’altro mentre, senza alcun rumore, il corpo della bestia si afflosciava a terra libero dalla vita. Inorridito cominciò a tremare stringendo sempre più i pugni e premendo le braccia lungo i fianchi. Gli occhi spalancati e codardi continuavano a fissare dritto davanti a lui, fissavano il punto dove solo un istante prima, il tempo di uno sparo, luccicavano gli occhi della bestia. Un soffio freddo portò lontano uno scintillio di neve e in quel preciso istante il ragazzino sentì distintamente una voce calda ed amorevole. Era il ricordo della voce della madre, che giungeva da un sogno bagnato dalle lacrime fatto non molto tempo prima; lei gli stava dicendo di non preoccuparsi, che sarebbe andato tutto bene, ma ora lei aveva solo bisogno di fuggire, fuggire in un posto sicuro, un posto dove era cresciuta.

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