Da diverse ore ormai sono barricata nella mia stanza.

«Mamma, apri, per favore». La voce è quella di mio figlio. Malgrado il tono calmo capisco benissimo che è in preda all’agitazione. Un’angoscia che mi riporta indietro nel tempo, quando da bambino picchiava con i pugni nella mia stanza pregandomi di farlo dormire con me. Dopo qualche minuto di stoica resistenza cedevo sempre, mandando in frantumi le teorie sulla genitorialità e sui vantaggi di far crescere i propri figli adulti felici e autonomi. Oggi come allora, penso colta da una tenerezza che, considerato il contesto, è del tutto fuori luogo.

«Arrivo» rispondo divincolandomi con forza dalle lenzuola che si sono attorcigliate alle gambe. Ho la bocca impastata e la testa stordita dai pensieri. Devo fare uno sforzo immane per trascinarmi fino alla porta e girare la chiave.

«Perché ti sei chiusa?» mi dice fissandomi con sospetto appena apro. Entra dentro guardandosi intorno come se dovesse fare un’ispezione.

«Mi ero addormentata» taglio corto con noncuranza. 

Raggiungo di nuovo il letto sentendo improvvisamente il peso delle giornate passate: ho fame, nausea e, nonostante abbia dormito per gran parte del pomeriggio, ancora sonno. Andrea si siede sulla poltrona di fronte: arriccia le labbra, lasciando vagare lo sguardo oltre me e il letto che mi ha fatto da scialuppa in queste lunghe ore. Sembra preferire arroccarsi in un silenzio ostinato piuttosto che affrontare l’argomento. Fa un certo effetto constatare che, proprio lui, appassionato studente di psicologia, sia così taciturno, così incapace di tirare fuori la parola giusta per una verità tanto scomoda. 

Mi avvicino e appoggio la mia mano sulla sua. «Va tutto bene, davvero» gli dico per toglierlo dall’imbarazzo.

«No, non va tutto bene» dice, prendendo un lungo respiro nel disperato tentativo di calmarsi.

So che non deve essere stato facile scoprire che la madre, la persona che più di altri ha rappresentato il suo attaccamento sicuro, ha una relazione extra coniugale. Da cinque anni. Con una donna. 

Sostengo il suo sguardo con aria combattiva ma dentro sento qualcosa spezzarsi: è il peso delle illusioni che si frantumano con la realtà, quel momento - arriva per tutti - in cui prendi coscienza che chi dovrebbe conoscerti meglio ha di te un’idea vaga e approssimativa. 

Sì, sono lesbica. Una “lesbica tardiva”, come si dice ora. È successo tutto all’improvviso, un’amicizia diventata affetto, un affetto che si è trasformato in amore in modo del tutto imprevisto e meraviglioso. Se me lo avessero detto qualche anno fa non ci avrei creduto; ero sicura delle mie preferenze, ero convinta di sapere esattamente chi fossi e cosa volessi. Questo nuovo sentimento ha sconvolto ogni mia certezza, portando non solo colori ma anche nubi e tempeste che avrei volentieri ricacciato indietro.

Potevo continuare a fingere, certo. Non sono un’ingenua, sapevo benissimo a cosa andassi incontro. Il pianto, più di umiliazione che di dispiacere di mio marito, lo stupore di un figlio ormai uomo che si scopre di nuovo fragile e vulnerabile. Eppure, mentre le parole uscivano, chiare e dirette tutto ciò che sentivo era un profondo senso di giustizia verso me stessa ma anche verso loro. 

«Lascia che ti spieghi» sussurro cautamente. Lui mi guarda con tono torvo ma già più arrendevole; per un attimo mi illudo che voglia fidarsi di questa nuova versione di sua madre, forse meno perfetta ma sicuramente più autentica.

«Da quanto lo sai» mi aggredisce invece alzandosi di scatto.

«Da quando mi sono innamorata! Ho amato profondamente tuo padre, la famiglia e il progetto di vita che avevamo costruito insieme ma l’incontro con questa donna ha messo in discussione tutto». Prendo fiato. «Inizialmente ho provato a soffocare questo sentimento. Non immagini nemmeno quanto mi siano costati tutti questi anni di silenzio». 

«Chi è lei, dove l’hai conosciuta?» incalza senza mostrare la minima empatia per ciò che gli ho appena detto.

«A scuola. Si chiama Michela, è una mia collega, insegna filosofia e…» confesso tutto d’un fiato ma lui non mi lascia il tempo di finire.

«Cazzo mamma. Non potevi viverti questa cosa per i fatti tuoi. Ti rendi conto che hai sconvolto la vita di papà, la mia. Non sei più una ragazzina. Hai una relazione malata da cinque anni e decidi di farci mangiare questa merda proprio adesso? Ma ti sembra logico?».

Mi pizzica la gola nel maldestro tentativo di trattenere le lacrime, ma considerata la piega che stanno prendendo gli eventi, decido che l’ultima cosa che voglio è mostrarmi vulnerabile a un figlio che mi giudica con insopportabile presunzione. 

Scoppio in una sarcastica, rumorosa risata.

«Ma che ne sai tu! Nessuno può definire cosa è giusto e cosa non lo è. Mi imbarazza aver cresciuto un figlio convinto che esista un unico e solo modello da seguire. E tu, proprio tu che studi Freud e Rogers dovresti saperlo» grido in un’escalation di rabbia che non trattengo più. Osservo Andrea rimpicciolire dalla vergogna e sfuggire disorientato al mio sguardo, come un bambino che ha appena commesso una marachella. Colpito e affondato.

Rimaniamo in silenzio per diversi minuti. Lui perso nei suoi pensieri, io intenta a studiare una macchia d’umidità di cui non mi ero mai accorta, come tante altre cose nella mia vita a quanto pare.

«Cosa vuoi fare?» la sua domanda mi riporta alla realtà. Mi accorgo con disappunto, di non essere più in sintonia con le sue parole, la sua persona, la situazione che si è creata. L’unica cosa che desidero è rimanere sola, senza subire l’assedio di richieste che suonano come un ulteriore umiliazione.

Scuoto la testa in modo bellicoso «Sto con lei, voglio amarla senza dovermi più nascondere» dico conciliante ma ferma. 

Lui alza le spalle, con la stessa desolazione di un allenatore alla fine di una partita persa. Ha il viso rosso dallo sforzo e gli occhi che lanciano lampi di disgusto così taglienti da farmi gelare il sangue.

«In questo caso non voglio, non vogliamo più vederti» taglia corto dirigendosi verso la porta. 

Venticinque anni di vita insieme buttati via come stracci vecchi penso avvilita.

Sospiro, chiedendomi, se sia questo il prezzo da pagare per chi ha il coraggio di essere davvero libero. Mi chiedo a  cosa valga la libertà se non puoi scegliere di essere te stesso?

Una folata di vento apre inaspettatamente i battenti della finestra facendo entrare il profumo pungente del mare e… di una nuova rinascita. Perché l’incontro con la propria vera essenza ha in sé qualcosa di magico e incredibilmente potente. Distrugge in apparenza, ma ripara nella sostanza. E di questo siamo fatti noi!

 

 

 

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