New York.

Amanda avanzava a passo svelto tra le strade affollate. In una mano stringeva una cartellina con le proposte pubblicitarie per la riunione dell’azienda in cui lavorava; con l’altra gesticolava per attirare l’attenzione di un taxi. Nel frattempo, teneva il telefono tra l’orecchio e la spalla, discutendo con la collega Lexie delle ultime modifiche al progetto.

Procedeva con sicurezza, schivando la folla che si muoveva in ogni direzione, come se fosse perfettamente a suo agio nel caos del mattino newyorkese — nonostante fossero appena le otto. Il rumore secco dei tacchi si mescolava ai clacson e al brusio della città.

Proprio mentre un taxi si accostava, un uomo in cravatta le sfrecciò davanti, si infilò nel veicolo e fece sbattere la portiera dietro di sé, portandosi via l’unico taxi disponibile.

— Ehi, che modi!

Amanda allungò il piede, simulando un calcio verso l’auto in partenza. L’equilibrio precario la fece barcollare: rischiò di far cadere sia il telefono che i fascicoli. Solo quando sentì la voce di Lexie chiedere se fosse tutto a posto, si ricordò di essere ancora in linea. Si scusò, chiuse gli occhi e si portò due dita alla tempia, cercando di ritrovare la concentrazione. Poi, constatando che non c’erano altri taxi nei paraggi, riprese a camminare.

Dopo qualche minuto, il cielo brontolò in lontananza: un tuono, presagio di pioggia. Amanda accelerò il passo e mormorò tra sé:

— Ti prego, fa' che non piova.

Ma fu inutile. Qualche goccia le colpì il viso, seguita da una pioggia fitta che travolse la folla come una coltre improvvisa. Si rifugiò nella prima caffetteria che incontrò.

Entrata, si sedette al bancone. Il cameriere la osservava in silenzio, in attesa dell’ordinazione. Amanda chiese un caffè lungo. Mentre vi aggiungeva un paio di cucchiaini di zucchero, una voce maschile al telefono, dal tono alto e impaziente, attirò la sua attenzione.

Un uomo alto varcò la soglia del locale, spingendo la porta con la spalla. I capelli, chiari e ricci, gli si incollavano alla fronte e al collo, gocciolando sul colletto del cappotto scuro, fradicio. Si avvicinò al bancone con passo deciso, accompagnando il gesto con un sorriso familiare. Il barista gli ricambiò lo sguardo con complicità e iniziò a preparargli un caffè, segnale inequivocabile per Amanda: era un cliente abituale.

— Lavoro molto e non posso tornare — diceva l’uomo al telefono.

— Come? Non lavoro? — alzò il tono, infastidito. — Hai capito male, non posso tornare per le feste.

Poi sospirò, rassegnato, si passò una mano sulla fronte e si appoggiò al bancone.

— Facciamo così: lascia stare. Ti richiamo. Ti voglio bene, ciao.

Terminata la chiamata, appoggiò una valigetta sul bancone, sfiorando pericolosamente la tazza di Amanda. Lei la tirò a sé con un gesto rapido, sgranando gli occhi e lasciando sfuggire un piccolo gridolino. L’uomo, resosi conto del rischio solo allora, sussultò e tirò giù la valigetta con uno strattone. La chiusura cedette e il contenuto si rovesciò: fogli stropicciati, penne sparse e documenti fuori posto.

— Mi scusi — disse, guardandola. — Ho combinato qualche pasticcio?

Amanda sorrise, scosse la testa e, indicando la sua tazza salvata in extremis, replicò:

— Per un pelo.

Lui la osservò con un sorriso divertito.

— Meno male.

Si scambiarono uno sguardo che durò un momento in più del necessario. Amanda notò il colore dei suoi occhi: un azzurro ghiaccio, quasi grigio. Pensò di non aver mai visto nulla di simile.

All’improvviso, il tintinnio di una tazza posata sul piattino interruppe il momento. Amanda abbassò lo sguardo, lievemente imbarazzata, temendo che l’uomo si fosse accorto di essere stato osservato. Lui ringraziò il cameriere chiamandolo per nome, confermando di essere un cliente abituale.

Amanda prese un sorso del suo caffè, ma subito aggrottò la fronte e non riuscì a trattenere una smorfia di disgusto. La reazione fu quasi pari a quella di qualche anno prima, durante un viaggio di lavoro in Colorado, quando aveva ordinato — e mangiato — delle Rocky Mountain Oysters, scoprendo solo dopo, tra le risate di Lexie e Mike, che si trattava di testicoli di bue fritti, una specialità del Midwest.

Portò una mano alla bocca per soffocare un colpo di tosse, poi la posò sul bancone, sgranò gli occhi e pensò che quello fosse il peggior caffè mai bevuto. Solo allora si rese conto che la sua reazione forse era stata un po’ troppo teatrale: l’uomo accanto a lei la stava osservando con un sorriso divertito.

— Prima volta che vieni qui?

Nel frattempo, l’uomo dietro il bancone si avvicinò, scrutandola con aria premurosa.

— Tutto a posto?

— Sì, Joe. Potresti portare alla signora un cappuccino, per favore? — intervenne l’uomo al suo fianco.

Joe, con uno straccio sulla spalla, annuì compiaciuto.

— Certo.

Amanda lo guardò perplessa.

— Come fai a sapere che è la mia prima volta qui?

— Semplice — rispose lui, con un mezzo sorriso. — L’ho capito dal tuo ordine. Vedi Joe, il barista, è famoso per il suo cappuccino. Praticamente non serve altro per tutto il giorno. Nessuno entra qui pensando di ordinare qualcosa di diverso.

Il cappuccino arrivò poco dopo, servito in una tazza bianca traboccante di una schiuma soffice come velluto, che arrivava fino all’orlo. Un profumo caldo e invitante si diffuse intorno ad Amanda, facendole venire l’acquolina in bocca. Prese il cucchiaino per mescolare, ma l’uomo accanto a lei sgranò gli occhi, posò di scatto la sua tazza e la fermò con prontezza.

— No, non puoi girarlo con il cucchiaino! Rovina la schiuma. Devi affondare direttamente le labbra. Fa parte dell’esperienza. Ne esalta il gusto. Solo alla fine puoi mangiare la schiuma rimasta sul fondo.

Parlava con un tale entusiasmo che sembrava stesse raccontando qualcosa di prezioso. Amanda sorrise, lasciò il cucchiaino sul piattino e alzò le mani in segno di resa. Poi prese la tazza e si lasciò avvolgere dalla morbidezza della schiuma. Al primo sorso, rimase sorpresa: non credeva che una bevanda potesse essere così buona. Doveva ammetterlo, aveva sottovalutato le parole dell’uomo.

Posò la tazza e notò che lui la osservava con un sorriso curioso, in attesa della sua reazione.

— È delizioso — disse Amanda, ricambiando il sorriso.

Risero insieme per la scenetta che avevano messo in piedi per un cappuccino.

— A proposito, sono James — disse lui, porgendole la mano.

— Piacere, Amanda.

Non ebbero il tempo di aggiungere altro: il telefono di Amanda iniziò a squillare. Frugò in fretta nella borsa, temendo di essere in ritardo. Sullo schermo comparve il nome di Lexie. Rispose e, appena mise il telefono all’orecchio, l’amica iniziò a tempestarla di domande, tanto che Amanda perse l’equilibrio e quasi cadde dallo sgabello.

Raccolse la cartellina, rassicurò Lexie dicendole che sarebbe arrivata in un batter d’occhio e si infilò il cappotto.

Stava per uscire quando si ricordò di James. Si voltò verso di lui e lo ringraziò, dicendogli che era stato un piacere ma che doveva scappare.

 

 

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