«Merda ispettore! Non hai capito un cazzo! Io questi te li restituisco uno per volta fuori della porta pronti per la bara. Me ne frego delle tue scuse paracule. Hai ancora venti minuti. Poi avrai il primo morto sulla coscienza!» e riattaccò.

 

Non passarono cinque secondi che il telefono tornò a suonare. Il rapinatore rispose subito: «Che c’è ancora ispettore? Hai trovato l’auto?». Ascoltò per pochi secondi e riprese, questa volta glaciale: «Non sei proprio un tipo attento. Non esiste nessuna trattativa. O due ostaggi vengono via con me, in auto, e li riavrai vivi se non ci seguite mentre gli altri tre li trovate qui sani e salvi, o tutto finisce con cinque morti. Uno ogni trenta minuti. Non richiamare senza l’auto pronta qui davanti».

 

“Accidenti” pensò Alberto, "sembra di stare in un film. Un orribile film tra l’altro. Questo parla come un fumetto”. Si mise per un attimo nei panni degli altri ostaggi. Dovevano essere davvero terrorizzati. Anche lui in fondo, pur sapendo di avere una formidabile arma in più, non riusciva ad esorcizzare del tutto la tensione. Gli altri però probabilmente si sentivano completamente perduti. 

 

***

 

"tac” disse l’orologio.

 

“Un altro minuto è andato” pensò Alberto. "La fortuna ha strane strade e oggi ne scoprirò un’altra”. Non aveva dubbi che ne sarebbe uscito nel modo migliore. Aveva già vissuto situazioni critiche. Molto critiche. 

 

Ritornò indietro di qualche anno. Quella notte sembrava finita. Coinvolto in un terribile incidente stradale, incastrato nelle lamiere dell’auto al pari dell’autista dell’altra vettura che gli era piombata addosso frontalmente dall’altro senso di marcia dopo aver saltato il new jersey divisorio. Sanguinante e dolorante aveva pensato che la buona sorte gli avesse voltato le spalle. In fondo sarebbero bastati tre secondi in più o in meno per evitare che quel proiettile su ruote colpisse la sua auto. 

 

"La fortuna non ha fatto niente questa volta!” si era ripetuto mentre diveniva sempre più debole. Mentre stava per perdere completamente i sensi, aveva notato il vigile del fuoco che fissava stravolto il mucchio contorto di lamiere in cui si erano fuse le due vetture cercando di prendere una decisione su quale ferito tirare fuori per primo. Quando lo aveva visto prendere con grande discrezione una monetina dalla tasca, aveva compreso che era salvo ed era svenuto sereno. Si era risvegliato in un letto di ospedale. Aveva poi saputo che avevano estratto lui per primo e che l’altro conducente non ce l’aveva fatta.

 

***

 

“tac” disse l’orologio.

 

«Sedici e trentaquattro!» disse il rapinatore che comandava.

 

***

 

"Anche questa volta bastava che arrivavo dieci minuti dopo e non mi sarei trovato qui!” si disse Alberto. E pensare che era venuto in banca solo per discutere qualche punto in più di interesse.

 

La vita è imprevedibile. Era stato così tante volte in grandi banche a prendere accordi con dei funzionari per gestire le ingenti vincite delle lotterie nazionali. Si ritrovava invece ostaggio di rapinatori in una minuscola filiale di provincia per essere andato a discutere le condizioni del piccolo conto dei genitori.

 

Già, le lotterie nazionali. Finite le scuole superiori, ormai Alberto aveva definito con precisione il suo futuro. Il suo dono e l’anonimato delle grandi lotterie nazionali erano la formula perfetta che aspettava di essere applicata. E lui la applicò per anni. Con scrupolo e dedizione. E con giudizio.

 

Un solo biglietto l’anno. Immancabilmente quello più vincente. Acquistato sempre in città diverse e in lotterie diverse. Tanti conti in varie banche e contatti sempre con direttori differenti in modo che ognuno pensasse di gestire le finanze di un singolo irripetibile colpo di fortuna.

 

Mai, negli ultimi dodici anni, le cose erano andate diversamente da come era prevedibile. Il tagliando del primo premio era sempre stato quello acquistato da Alberto che si divertiva un mondo seguendo la consueta caccia al vincitore, supposto ogni anno diverso.

 

***

 

“tac” disse l’orologio.

 

Sedici e trentotto. E il telefono restava muto.

 

«Tutti in piedi appoggiati al bancone!» ordinò il capo dei rapinatori. «Niente bravate. Se vi annoiate controllate l’orologio. Se fra sei minuti quell’imbecille di ispettore non richiama gli faccio un bel regalo. Così si sveglia!».

 

Alberto si ritrovò in piedi tra la piccola impiegata con il volto rigato di lacrime e l’altro cliente. A giudicare dalla tuta indossata, uno sfortunato operaio così pallido da sembrare già morto. Più a destra gli altri due impiegati della piccola agenzia che non erano molto più coloriti.

 

***

 

“tac” disse l’orologio.

 

Alberto verificò che segnava le sedici e trentanove e tornò a pensare ai premi vinti ogni anno e alla vita agiata che il destino gli aveva riservato. Un figlio prediletto scelto con chissà quale criterio. Si domandava spesso se lui era un caso unico o se, sparsi tra le folle del mondo, altri uomini o donne prescelti dal fato vivevano una vita simile alla sua.

 

***

 

“tac” disse l’orologio.

 

«Mio Dio! Le sedici e quaranta!» piagnucolò tremando la minuta impiegata alla sinistra di Alberto appoggiata con la schiena al bancone. “Poverina, quanto deve essere terribile sentirsi alla mercé del destino senza avere nessun tipo di scudo a proteggerti…”

 

***

 

“tac” disse l’orologio.

 

«A quanto pare, miei sfortunati amici, saremo costretti a dare spettacolo. Sono le sedici e quarantuno» disse con aria triste ma decisa il capo dei rapinatori. «Uno di voi tra tre minuti sarà sacrificato per dare una bella spinta a quei geni della polizia!».

 

***

 

“tac” disse l’orologio.

 

«Sedici e quarantadue» disse il capo dei rapinatori. 

 

La tensione era solida e sembrava inglobare gli ostaggi, pallidi e paralizzati dal terrore, come quegli insetti racchiusi in cubi di plastica trasparente che si trovano spesso sui banchi dei mercatini rionali. L’unico che respirava normalmente era Alberto. L’uomo dei colpi di fortuna aveva fiducia nel destino suo alleato perenne.

 

***

 

“tac” disse l’orologio.

 

«Sedici e quarantatré, è ora di prepararsi. Tra un minuto uno di voi morirà. Mi dispiace ma la colpa non è nostra. È della polizia!».

 

Alberto era molto triste per lo sfortunato degli altri quattro ostaggi che i rapinatori avrebbero ucciso tra un minuto. Venticinque per cento di probabilità che la piccola impiegata smettesse di piangere per sempre tra sessanta secondi.

 

«Siamo rapinatori ma non siamo senza cuore né macellai. Non spareremo a caso».

 

Alberto ebbe un doveroso pensiero anche per ciascuno degli altri tre ostaggi che, come la giovane impiegata, avrebbero potuto lasciare la vita tra un solo minuto. Ringraziò ancora la sorte che lo aveva sempre benedetto e a cui era profondamente riconoscente.

 

«Quindi ora faremo un’equa estrazione per scegliere chi, tra di voi, verrà ucciso» concluse il capo dei rapinatori.

 

Alberto sentì il sangue che gli si gelava nelle vene e il cielo gli cadde sulla testa.

 

***

 

“tac” disse l’orologio…

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