Non so se sia così ancora oggi, ma quando frequentavo le elementari, agli esami di quinta, bisognava sostenere una prova di disegno. Il tema era libero, ma, non so perché, tutti disegnarono la solita casetta con qualche albero attorno e il solito sole in alto. Disegnai anch’io una casetta con sole e alberi, ma diversa da tutte le altre perché la feci in prospettiva. Ricordo anche che avevo curato i particolari della muratura del camino esterno, con la fitta trama di mattoni sfalsati. Insomma, il mio era un disegno abbastanza realistico. Sorpresi anche la maestra, che non mi credeva capace di tanto, e chiese a Marika, la più brava della classe, se non l’avesse disegnato lei al posto mio. Quando Marika disse di no, la maestra rimase di sasso.

Per me era naturale disegnare in quel modo. Ero molto solitario e, per passare il tempo, disegnavo tutto ciò che vedevo da casa. A un certo punto non ero più contento delle case, degli alberi e delle auto che vedevo fuori dalla porta e cominciai a disegnare le figure che vedevo in TV, nei film e nei documentari. Ma quello era più difficile, perché negli anni Settanta non c’erano i videoregistratori, non si potevano fermare le immagini ed era complicato disegnare figure che sparivano rapidamente.

Era molto più semplice disegnare le case. Ricordo che disegnavo quelle che si vedevano dalla mia finestra. Le disegnavo in prospettiva, pur senza possederne la minima nozione. Nessuno me ne aveva dato la minima infarinatura. Semplicemente disegnavo quello che vedevo: avevo intuito che il disegno era proprio questo, ciò che si presentava alla mia vista, non quello che pensavo dovessero essere gli oggetti, ma proprio come apparivano. Mi veniva naturale e basta.

E così fu anche per la prospettiva: mi veniva naturale non solo disegnare la facciata di una casa, ma anche la parete di fianco, e la tracciavo con quello scorcio prospettico.

Ricordo un altro episodio, ma questo avvenne più tardi, molto più tardi: avevo vent’anni. Avevo cominciato a fare molti disegni e li conservavo in un album. Una volta partecipai a un concorso di pittura estemporanea a Boretto, nella provincia reggiana, non molto distante da casa mia. Bisognava fare un disegno o un dipinto nell’arco della mattinata. Poi, nel primo pomeriggio, una giuria avrebbe proclamato il vincitore.

Io disegnai a pastello; allora era una tecnica che mi piaceva molto, perché metteva insieme il disegno e una specie di pittura. Dipinsi un giovane fauno che suona un flauto. Mi ricordo che, appena terminato, lo posai sul tavolo della giuria assieme agli altri.

Poi andai in auto e mangiai un panino che mi ero portato. Quale fu la mia sorpresa, e anche il mio sbigottimento — e, in un primo tempo, anche la rabbia — quando mi accorsi che il mio disegno non c’era più: era stato rubato. Dapprima provai rabbia, poi una sorta di stupore e di compiacimento. In fondo, quel mio disegno era piaciuto molto, tanto da essere stato rubato. Chissà che fine avrà fatto? Ci penso solo ora. Ogni tanto me lo domando, senza pretendere una risposta. Forse è appeso in una casa, magari sopra un divano o in fondo a un corridoio, e qualcuno passando lo guarda distrattamente, senza sapere nulla di me, di quel ragazzo che aveva vent’anni e mangiava un panino in macchina, aspettando il giudizio di una giuria. O forse è finito in una soffitta, tra scatoloni impolverati, e ogni tanto riemerge per caso, e qualcuno si chiede chi sia l’autore e magari, in tutti questi anni, si è messo a cercarlo ed è ancora lì che lo cerca.

A volte penso che quel disegno non mi sia stato portato via, ma che abbia semplicemente cominciato il suo viaggio, mentre io restavo fermo, ancora convinto che le cose belle dovessero essere riconosciute, premiate. Forse non era così. Forse disegnare era già il premio, e il resto veniva dopo, o non veniva affatto.

Oggi guardo i fogli accumulati negli anni e mi chiedo se continuo a disegnare per lo stesso motivo di allora, per sentirmi meno solo, o se nel frattempo è cambiato qualcosa. Non ne sono sicuro. So solo che, ogni tanto, mi capita ancora di tracciare una linea e di stupirmi di dove va a finire, come se non fossi io a guidarla del tutto.

E forse è questo che mi porto dietro da allora: l’idea che certe cose, una volta create, non ci appartengano più davvero. Restano sospese, come la giovinezza nei ricordi, accecanti e malinconiche, pronte a sparire dietro l’angolo. E io resto qui a guardare, chiedendomi se sto ancora disegnando ciò che vedo o se, senza accorgermene, ho cominciato a disegnare ciò che ricordo.

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