La nuova piscina risplendeva incastonata esattamente al centro delle palazzine del condominio “BAIA DEL PORSEO”. 

Era stata fortemente voluta da tutti i residenti, cosa che aveva fatto lievitare le spese di condominio oltre ogni decenza, procurando un potente orgasmo all’avidissimo amministratore. 

Quel giorno di metà luglio faceva un caldo che squagliava la volontà delle persone. 

La temperatura segnava 40°c, e c’era nell’aria un tasso di umidità dell’80%. 

In pratica si soffocava. 

Il pavimento in porfido, che circondava la vasca, era incandescente. 

I condòmini languivano sotto gli ombrelloni. Oreste, l’anziano bagnino, aveva approfittato della quiete per far fare un giretto al robottino pulisci piscina. Il modello Zodiac C.S. - Clean and Swim stava infatti facendo il suo dovere ripulente, arrampicato sulla parete sinistra della piscina. 

D’un tratto qualcosa nel robottino s'inceppò. 

L’abituale lucetta verde intermittente divenne rossa e fissa. E invece di ridiscendere nell’acqua per detergere l’altro lato della vasca, lo Zodiac C.S. estrasse dalla cima un micro periscopio che iniziò a roteare, spiando i bagnanti addormentati sopra le sdraio. La prima persona che il robot mise a fuoco fu Carlona Tanzi, una stronza che sbraitava sempre alle riunioni di condominio contro i ragazzini che giocano a palla nel giardino condominiale. Adesso Carlona fumava annoiata sotto un ombrellone, conteso con Fred Anselmo, una guardia giurata col vizio delle armi, già segnalato alle autorità. 

Dal robot uscì un raggio laser giallastro che le squarciò il torace, facendole fuoriuscire lo stomaco e un pezzo di polmone grigio da fumatrice accanita. 

La Tanzi morì fulminata all’istante. 

Il tempo nella piscina si fermò. 

Poi quando, per il contraccolpo, il corpicione martoriato della donna ruzzolò nell’acqua macchiandola di rosso, gli altri condòmini iniziarono a urlare e a cercare rifugio dappertutto. In un secondo ci fu il delirio, perché a quel punto lo Zodiac C.S. iniziò a sparare all’impazzata, facendo saltare per aria sdraio, ombrelloni e bagnanti urlanti. Oreste, risvegliatosi dal torpore, iniziò a correre verso la presa elettrica del robot, con l’intenzione di disattivarlo. Purtroppo, la macchina era già uscita dalla vasca, si era scappottata, estraendo una sega elettrica che lo aveva tranciato di netto all’altezza dell’aorta femorale. Il bagnino si guardò la gamba maciullata che sprizzava grumi di grasso e muscoli, dopodiché girò gli occhi e franò in una pozza di sangue, sulla quale scivolò Fred Anselmo accorso con la pistola in mano. Il proiettile che l’ex guardia riuscì ad esplodere schivò per un soffio il robottino, e andò a infrangersi contro la schiena della signorina Gleba che scoppiò come un’anguria presa a martellate. Il robot iniziò ad avanzare sul porfido ingrumato di sangue per colpire tutti quelli che tentavano di fuggire. Fred Anselmo cercò di riprendere la mira ma la pistola, inceppata per l'umidità, dette tempo al robottino di rinculare, dare il via alle ruotine motrici, e avanzare slittando su quella melma di plasma, sudore e cloro, riprendendo a sparare raggi inceneritori a 360 gradi. Anselmo si tuffò a rana in piscina, cercando la salvezza, ma prima di toccare l’acqua fu raggiunto da un raggio che lo sodomizzò. 

Gli altri condòmini, nel frattempo, cercavano riparo in ogni luogo, per evitare la gragnuola di colpi. Ma il laser del robot era implacabile, si infilava dappertutto e bruciava, squagliava, deflagrava ogni oggetto inerte o persona in movimento. 

Da un balcone della palazzina A si affacciò la vecchia signora Wuber, vedova Esposito, spaventata da tutte quelle grida, ma non fece in tempo a rientrare in casa, che il robot mirò alla caldaia esterna, facendola esplodere. Il botto trasformò immediatamente la Wuber in una torcia umana. La vecchia caracollò un po’, scivolò rovinando sulla tenda dei signori Lacava del piano di sotto, per poi atterrare di schiena sul giardino di azalee dei signori Pallas, polverizzandole. In pochi minuti di fuoco finirono falcidiate la famiglia Busoni dell’interno 8, i coniugi Pernove della palazzina B2 e Davide e Sergino, due giovani freschi di maturità che si erano imbucati fingendosi residenti. 

La piscina poco prima sonnacchiosa e afosa, era adesso una orrenda trappola di carne e sangue. 

A fronteggiare il robot, che si faceva largo fra cadaveri e mutilati urlanti, era rimasto solo il signor Franco Lanciani, ex perito agrario in pensione. L'ex perito era appena riuscito a mettere in salvo le nipotine, lasciategli in custodia dalla figlia: 

«Pa’, le bimbe me le tieni tu, così si rilassano un po’ in piscina». 

Lanciani ebbe un gran culo a trovarsi alle spalle esatte dello Zodiac C.S. proprio mentre questo tentava di spostare il corpo del ragionier Finazzo incastratosi con quello del portiere del condominio. Lanciani, più per disperazione che per altro, afferrò un ombrellone imbrattato di cervella e altro materiale organico, lo chiuse a mo’ di clava, e, profittando del momento di difficoltà dell’elettrodomestico, glielo schiantò sulla centralina. 

La lucetta rossa della presa elettrica si spense di botto e il robot si fermò. 

Lanciani esultò. Dentro si sentiva come il primo uomo del Pleistocene che lottava per la sopravvivenza.  

Lasciò cadere la clava, si grattò la pelata incrostata di sudore e sangue, poi lanciò uno sguardo panoramico su quello che restava della piscina. 

L’acqua era trapuntata di cadaveri galleggianti con le esalazioni dovute al caldo ancora battente. Sulla pavimentazione a bordo piscina giacevano corpi affastellati come in una fumante pestilenza medievale, fra cui riconobbe l'avvocato Bastiani con la gola squarciata. 

No, Bastiani noo!, si ritrovò a pensare Lanciani, e ora chi cazzo li fa i verbali all’assemblea di condominio?! 

Mentre ruminava su come recuperare le sue nipotine, nascostesi chissà dove, un urlo lancinante squarciò l'aria abbrustolita di carne. 

Lanciani si voltò per vedere da dove provenisse quel grido isterico. In piscina erano ormai tutti morti. 

In teoria ci sarebbe dovuto essere un silenzio tombale. 

Invece scorse un ragazzino roscio e grasso, con un grosso telecomando in mano, che singhiozzava chino sul robot inerte. 

«Zodiac, amico mio, cosa ti hanno fatto?!» 

Lanciani aguzzò la vista per metterlo a fuoco fra i fumi della piscina, e riconobbe in quel ragazzino… il nipote dell’amministratore. 

Quel pischello strano e viziato, che spiava sempre tutti da dietro le persiane. 

Lanciani, ancora in debito d’ossigeno, si passò la mano sulla faccia, come a scrollarsi di dosso quello che non riusciva a pensare. 

Quando ripuntò lo sguardo nella direzione del ragazzino vide che questo ora lo stava fissando. 

Gli occhi erano due fessure scure, teneva i pugni serrati lungo i fianchi, e muoveva la testa a scatti, in avanti, come se volesse sputargli addosso le parole. 

«Vecchi bastardi! Io l’avevo detto a nonnino che non la volevo la piscina!»

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