E, mentre il mondo “normale” dorme, ti ritrovi in compagnia di una lampada giallo soft, di un cuscino che parla di Parigi a farti da leggio e di un’impertinente penna rossa a imbrattare di attimi di vita le pagine innocenti di un quaderno a spirale.

Poco tecnologico, poco profumato di artigianato fiorentino 100% cuoio, ma così consono al concetto già fotografico che non è il mezzo che genera una buona arte, ma gli occhi e il cuore di chi sa vedere e sentire.

Ci sto provando nel mio modesto volo letterario a far scarabocchiare il cuore con l’ausilio di un paio d’occhi che durante il giorno fotografano gli umori di un mondo fatto di bianco e di nero con chiaroscuri di grigio.

Il candido rosa ancora si trova a tratti, nella copertina di una bimba in carrozzella, nel monellino nel recinto coatto dell’asilo che attacca una focaccia più grande di lui, nel signore argenteo su due ruote con portapacchi sporgente di baguettes calde, nel gatto nero che, magnanimo, non ti attraversa la strada.

E che dire poi della signora un po' overweight (magari l’inglese smorza un po' l’eccesso) che esce dalla sua valle di perdizione supermercato, recando due secchielloni XXL di gelato fragola e banana.

Quest’ultima è stata la miglior foto virtuale stile “street photography” del mio osservare questa giostra di umanità o meglio questo teatrino della vita.

L’immagine era comunque bella, pulita e piena di zucchero, di nome e di fatto.

Arriva infine la botta di vita colorata del venditore etnico di mazzolini di fiori che vengono non dalla montagna, come gorgheggiava un’antica canzone, ma magari da quel di Sanremo, cinque stelle dell'arte floreale.

Ti sfreccia accanto con il suo biciclettone Olanda e, da buon stratega di marketing spicciolo sorride alle signore da passeggio un po' più griffate e quindi potenzialmente più commercial-fruttuose.

Fa il suo lavoro, gira e rigira ogni giorno sulla ruota della vita, ma lo fa con garbo non invasivo, come il caldo color curry del suo pantalone indiano.

Il rosa diventa grigio più in là, sull’angolo di un’altra via di passaggio, dove qualcuno allunga ai passanti un cappellino mezzo vuoto e mezzo pieno, ma qui non sempre il garbo abita di casa e l’insistenza suona una brutta musica.

Ti ritrovi poi a fare slalom fra le dimenticanze di “etici” proprietari di razza canina, incoraggiati al misfatto dalle prime fioche luci dell’alba.

Ahimè, ancora ahimè, magari nel paese del cioccolato o in quello di Babbo Natale non è così, tiro avanti e cerco di ritrovare il rosa.

E’ giorno di mercato, mi faccio quasi traviare da un pantalone pseudo-etnico dai colori pacati tipici di chi non ama apparire, lo compro, non lo compro, infine lo compro e giro via contenta di questa auto-coccola.

Signore di ogni età ed etnia annaspano sulle bancherelle come cercatori d’oro al tempo dei pionieri, sorridono, dissertano, si rubano l’affare, è tutta una kermesse al femminile che svuota la testa e infiocchetta gli occhi.

Cronistoria di ieri, stop.

Sono, come spesso accade, nel pre alba a riempire il silenzio di pensieri.

Un abbiocco di comprensibile sonnolenza mi sta dicendo che per oggi ho sfarfallato abbastanza con le parole, soprattutto con quelle inventate e un po' fuori di senno.

I vicini sono ancora quiescenti, i passerotti ancora non inaugurano il giorno, i miraggi di colazioni poco salutiste iniziano ad apparire.

Che fare?   Lascerò un po' di tregua alla mia complice penna rossa, è ora di varare un nuovo giorno.

Mi rallegra gli occhi e il cuore la foto in bianco e nero di un passato, non mio, Cammino di Santiago.

Magari un giorno, magari.

 

 

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