«Nella terra più bella del Mediterraneo sono nata. Alghero, tra il vento di maestrale e il caldo scirocco, era il mio regno.»

 

 

Sottili e trasparenti come le ali delle libellule che popolano la laguna del Calich, le ali della piccola jana brillavano alla luna. Anche quel giorno aveva il suo da fare: andava veloce su e giù, scuoteva qualche ramo di salice bianco, dava colpetti ai tronchi caduti di frassino, faceva capriole e giravolte sui licheni paffuti e morbidi e, con un salto, riusciva a diffondere il profumo di elicriso ovunque. Alcune lumache, stanche e appesantite, si trascinavano lente e costanti su per i cespugli di mirto e la guardavano scuotendo la testa, forse pervase da un po' di invidia per la sua agilità.

Il sole sarebbe presto sorto e Lia, nonostante tutta la sua velocità e l'impegno che ci metteva, era ancora molto in ritardo. I suoi doveri richiedevano rapidità, precisione e spesso un po' di fortuna; quella sera, però, si era persa ad ammirare le lucciole che danzavano sull’acqua: quelle monelle erano una fonte di distrazione non da poco!

Alcuni piccoli insetti iniziavano a muoversi nel sottobosco. L’umidità nell’aria e il caldo vento di scirocco, che soffiava ormai da diversi giorni, rendevano pigri tutti gli abitanti della laguna: i piccoli animali e persino i pesci preferivano restare più a lungo sul fondale, dove l'acqua era più fresca, piuttosto che salire in superficie.

Alcune tartarughe riposavano pigre sulla riva, in mezzo ai canneti, mentre i primi raggi di sole illuminavano la superficie dell’acqua creando giochi di luce meravigliosi. Il cinguettio dei primi uccelli che si svegliavano accompagnava la piccola jana nei suoi doveri: ella doveva riuscire in breve tempo a sistemare tutte le piccole piante medicinali che crescevano spontanee. Un piccolo, veloce tocco e le piantine sarebbero cresciute belle e robuste; ogni loro parte sarebbe poi servita per curare i mali che affliggevano gli umani, un'arte che solo pochi uomini e donne padroneggiavano. Da secoli c'era uno scambio benevolo tra le due parti: il popolo fatato si occupava di aiutare la natura a crescere forte e rigogliosa, l'altra la custodiva mantenendola incontaminata e usando solo ciò che era messo a disposizione, senza mai abusarne.

Lia volava tanto veloce che all'occhio umano passava completamente inosservata, o veniva scambiata facilmente per un gioco di luce o un granello di polvere. Aveva quasi finito quando le prime voci di donne si udirono ormai molto vicine.

«Abbà, no has ancora acabat lo treball!» La vecchia guardava il movimento di uno spillo di sole che rimbalzava a destra e a sinistra, e si chiedeva perché la jana non avesse ancora finito il lavoro. Si mise a sedere su un ramo caduto, prese dalla cesta che portava con sé dei ritagli di stoffa e, con calma e precisione, iniziò a stirarli con le mani, appiattendoli uno sopra l’altro e facendone combaciare gli angoli; ogni tanto alzava lo sguardo e con gli occhi cercava quel veloce movimento.

«Abbà, mou-te che lo sol te sta per brujà les ales!» Un sorriso si disegnò timido sul viso rugoso e segnato dal sole e dal vento della vecchia donna: se non si muoveva, le ali della jana avrebbero preso fuoco e a quel punto sarebbe stato un disastro.

Lia svolazzava a una velocità sorprendente anche per le fate; aveva finito, ora doveva solo trovare un rifugio sicuro dove ripararsi durante il giorno. Mentre girava la testa da una parte all’altra, però, iniziò a spaventarsi: non trovava nessun anfratto abbastanza sicuro che la potesse ospitare per tutto il giorno. Stava ferma a mezz’aria quando, all’improvviso, si ritrovò intrappolata dentro una scatola di fiammiferi.

«Abba! Que cosa hauràs mai fet aquesta nit per èsser aixì en retard!» La vecchia teneva in mano la piccola scatola di fiammiferi come se fosse una cosa preziosissima. Mentre si addentrava nel fitto della macchia, una vocina simile al suono di campanelle fuoriusciva dalla scatola.

«Grazie. Stanotte ho ritardato perché mi sono distratta a guardare le lucciole che danzavano sullo stagno», disse la voce, mortificata e piena di vergogna.

«Jana, presta attenzione! Oggi hai rischiato di sparire dalla faccia della terra per una stupida esibizione di danza. Le lucciole stanno lì per incantare gli occhi e i cuori di noi umani, non quelli delle fate.»

La vecchia si fermò davanti a dei grossi massi di calcare accatastati uno sopra l’altro, con dei cunicoli che correvano sottoterra, dove l’aria diventava più pesante e la temperatura scendeva di parecchi gradi, ma soprattutto dove i raggi del sole non riuscivano a entrare in nessuna ora del giorno. Con un movimento veloce e preciso lanciò la piccola scatola giù, in fondo all’ingresso della costruzione. Aspettò un attimo, poi dal fondo scuro dell’antro sentì una risata acuta.

«Grazie, maestra delle erbe, ci vediamo presto!»

La vecchia tornò una settimana dopo per raccogliere alcune erbe che le mancavano per la preparazione di alcune medicine naturali per il piccolo nipote, che da qualche giorno aveva la febbre. Raccolto quello che le serviva, tornò a casa e mise sul fuoco l’acqua e le cortecce di salice. La preparazione richiedeva tempo e il sole era già tramontato; la luna brillava alta a illuminare la notte. Lo scirocco aveva lasciato spazio a un leggero maestrale che di lì a qualche giorno si sarebbe rinforzato, dando un po' di tregua al caldo dell’estate. In casa le finestre erano aperte per rinfrescare gli ambienti interni e la lampada illuminava la vecchia che teneva tra le braccia il nipote, cercando di fargli bere il preparato che aveva richiesto ore di lavoro e tanta fatica.

Una piccola luce veloce e vibrante entrò dalla finestra aperta, fece un giro nella cucina e si fermò sopra la testa del bambino.

La vecchia, nonostante la sua vista non fosse più quella di una volta, riuscì a vedere la piccola jana vestita di rosso e con il capo coperto da un fazzoletto ricamato con fili d’argento, che fluttuava nell'aria sopra il bambino che teneva in braccio. Poiché la sua luce intensa iniziava a dare fastidio ai suoi occhi vecchi e stanchi, la donna li socchiuse e chiese alla jana cosa ci facesse dentro casa sua.

«La tua gentilezza non è stata dimenticata, vecchia.» La jana fece qualche giro sulla testa del bambino, toccandogli la fronte e il torace all’altezza del cuore. «Che tu sia benedetto dalle fate, piccolo umano: vivrai con il cuore puro, la mente libera e una salute forte.»

Quella notte la jana pagò il suo debito. La vecchia, felice, vide crescere il nipote, che divenne un uomo onesto e saggio. Egli visse per molti anni e custodì per tutta la vita la laguna del Calich; ogni tanto si sedeva su un tronco d'albero caduto e ammirava la danza delle lucciole durante le sere d'estate.

 

 

NdA

La laguna del Calich, parte del parco di Porto Conte, è un habitat vitale ricco di biodiversità nella Riviera del Corallo.

Non lontano dal Calich si trovano Le domus de janas ( case delle fate).  

 

 

 

 

 

 

 

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