«Signori miei, colpo di scena!», annunciò il legale con un fare teatrale alla Mike Buongiorno. «Il benefattore milanese, l'antico amico di Gioia, altri non era che il prozio di Don Teobaldo. Pertanto, il reverendo qui presente è l’erede legittimo della farmacia e di tutto il suo prezioso contenuto!».

 

A quella notizia, il sindaco diventò verde come lo sciroppo per la tosse e l’arciprete andò vicino allo svenimento.

 

«Reverendo», gongolò l’avvocato, battendogli una mano sulla spalla, «siete ufficialmente il proprietario del più grande distributore di sogni proibiti della pianura».

 

Il sindaco, vistosi con l'acqua alla gola, sbottò furioso: «Questo è un abuso! È una posizione incompatibile con l’abito talare e col voto di povertà! O cedi immediatamente tutto il patrimonio al Comune, o racconto come la parrocchia sia stata finanziata per anni dai peccati della carne!».

 

I due iniziarono a urlare l'uno contro l'altro, agitando i pugni a un millimetro dal naso in mezzo alla bottega.

 

Quella furiosa discussione venne però interrotta da un rumore secco e pesante di passi affrettati e agguerriti. 

Dalla porta entrarono l’Agnese, la Cesira e una delegazione di altre donne del paese, armate fino ai denti di borse della spesa e mattarelli di legno massiccio.

 

«Fermi tutti, la ricreazione è finita», tuonò l’Agnese, piantandosi al centro della stanza come un generale d'armata. «La farmacia, da oggi, la gestiamo noi.

È finita l’epoca delle fantasie maschili e dei rimedi miracolosi per i vostri vizi».

 

L’avvocato Bonfanti provò a sollevare un'obiezione legale, ma la Cesira gli mostrò un mattarello a tre centimetri dal naso con fare minaccioso.

Davanti a quella sollevazione femminile, in meno di dieci minuti venne redatto un formale atto di donazione della farmacia al neonato “Consorzio delle Mogli”: don Teobaldo firmò con la penna che tremava tra le dita e il sindaco, sudando copiosamente freddo, vidimò il documento senza fiatare.

 

In men che non si dica, la farmacia cambiò volto. Sopra la porta venne appesa una nuova e severa insegna: “Presidio di Salute, Moralità e Controllo Maritale”.

 

Erminia continuò a lavorare dietro il bancone, ma ora si limitava a scannerizzare codici a barre con lo sguardo basso, strettamente sorvegliata dall’Agnese e dalla Cesira. Le due donne, sedute, come gendarmi, su due rigide sedie di legno, vigilavano sulla moralità del paese con le lunghe sottane nere che toccavano il pavimento. Gli uomini entravano rassegnati e intimiditi, ritiravano scatole di camomilla, tisane rilassanti e cerotti per i calli, per poi uscire a testa bassa, senza osare il minimo sguardo laterale verso la nuova farmacista.

 

Don Teobaldo, intanto, era ritornato alla quiete della sua canonica.

Lì, ben nascosto sotto il materasso di lana della sua camera da letto, custodiva un vecchio quaderno segreto appartenuto alla buonanima di Gioia, recuperato durante il breve inventario. Quello era l'unico posto della casa in cui la Cesira, perpetua a tempo perso ma spia a tempo pieno, non metteva mai le mani. Tra appunti di erboristeria, pettegolezzi di paese e formule magiche, spiccava la ricetta di un preparato mai commercializzato, il cui nome era tutto una promessa: il “Lampo del Paradiso”.

 

Il parroco attendeva il momento propizio nel suo studiolo d'angolo, spiando la Cesira che, nella piccola cucina adiacente, era intenta a pelare un canestro di cipolle. All'improvviso, come un vero e proprio segno giunto dal cielo, la donna venne colta da un violento attacco di mal di pancia, complice la peperonata pesante e le polpette avanzate la sera prima. La perpetua fu obbligata a mollare il coltello e a rifugiarsi di corsa nel bagno della canonica. 

Pochi istanti dopo, dai corridoi della casa parrocchiale, rimbombò cupo e potente, un fragoroso sfiato di pancia: un tuono domestico talmente perfetto e prolungato da sembrare quasi melodico, che fece sussultare il parroco per lo spavento.

 

Ripresosi dal colpo e rassicurato dal fatto che la Cesira sarebbe rimasta occupata e fuori gioco per un bel pezzo, l'arciprete si diresse rapido verso l'angolo più buio del corridoio. Lì, appeso al muro, c'era il vecchio telefono in bachelite nera degli anni Cinquanta. Sollevò il pesante ricevitore e, con mano lesta, compose il numero sulla tastiera a disco. Dopo tre interminabili e angoscianti squilli, la voce tremula e ancora sonnacchiosa del dottorino Anselmo rispose dall'altro capo del filo, quasi sommersa dal rumore del traffico di Milano.

 

«Anselmo? Sono Don Teobaldo. Ascoltami bene e non interrompermi, che qui anche i muri hanno le orecchie», esordì l'arciprete, stringendo la cornetta contro l'orecchio. «So che le zanzare del Po ti hanno fatto scappare a gambe levate, ma ho tra le mani la tua vendetta personale, la formula originale del "Lampo del Paradiso", un elisir a cui la Gioia stava lavorando prima di morire. Una roba potente, ragazzo mio, che farebbe risuscitare anche i mariti più spenti e rassegnati d'Italia».

 

Dall'altro capo del filo, il dottorino sembrava aver perso in un colpo solo tutta la sua apatia milanese.

 

«La produciamo clandestinamente, Anselmo», continuò il prete, tu ci metti i macchinari del laboratorio chimico della tua famiglia, e io ti spedisco le erbe speciali raccolte lungo le rive del Po. Confezioniamo tutto nei pacchi del Corriere Espresso, spacciandole per tisane biologiche e infusi della parrocchia. Facciamo a metà, anzi, sessanta io e quaranta tu. Ma bada bene: non deve saperlo anima viva, specialmente quel Consorzio di streghe che ci ha requisito la farmacia».

 

Il dottorino, solleticato dal brivido del riscatto professionale e dai guadagni straordinari che si profilavano all'orizzonte, accettò entusiasta, confermando l'accordo con un filo di voce tremante. 

Don Teobaldo riagganciò il pesante ricevitore con un colpo secco e sul volto gli si dipinse un sorriso affilato e furbesco.

Pensò tra sé: “Le vie del Signore sono davvero infinite”.

 

Proprio in quel momento si udì il rumore dello sciacquone, la porta del bagno si aprì e la Cesira uscì barcollando leggermente, bianca e smunta in viso, ma con un'espressione sollevata e profondamente soddisfatta, mentre nell'aria uno stormo di passeri pareva eseguire una marcetta di Nino Rota.

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