ll suo nome era Calogero Inzolia, 72 anni, un metro e settanta, ora leggermente curvo per l’età, ma uno sguardo duro come uno che nella vita ha avuto pochi momenti di gioia. Portava un baffetto sale e pepe, capelli corti e radi, la pelle del viso rugosa e cotta dal sole. Le mani sembravano scolpite in legno di olivo. Indossava una giacca di tela scolorita su un gilet tipo cacciatore con tante tasche. Stivali da lavoro che avevano visto tempi migliori, e una coppola di stoffa dalla visiera unta e lisa dal tempo. Niente nel suo aspetto sembrava avesse importanza. Non induceva a un secondo sguardo. Viveva da solo in una piccola casa a circa 2 km dal paese più vicino, appena fuori dalle ultime case del borgo di pietra. Un casolare costruito su un terreno che la sua famiglia possedeva da prima che fosse costruita l'autostrada.

Sua moglie Concetta era morta tre anni prima dopo una lunga battaglia contro un cancro al pancreas. I due figli erano andati nel continente a cercare fortuna. Da allora, c'erano solo Calogero e il silenzio. Se ne stava per lo più per conto suo, andava in paese il mercoledì per giocare a carte e bere un bicchiere di vino con i pochi amici rimasti. Sul retro della casa aveva un piccolo orto che curava già prima della morte di Concetta. Un abitudine alla quale non voleva rinunciare, anche se ora metà dei filari erano vuoti. Poche verdure e ortaggi per il suo fabbisogno.

 

C'era stata una serie di furti con scasso nelle case del paese, alcune vicino alla sua proprietà.

Tre case colpite. Tutte mentre i proprietari dormivano. Una vicina, un'insegnante in pensione si era svegliata con uno sconosciuto ai piedi del letto. Aveva urlato. L'uomo era scappato e lei aveva passato due settimane in ospedale prima di morire, il cuore non aveva retto allo shock. Calogero ne aveva sentito parlare. Non aveva detto molto. Aveva solo scosso la testa come a scacciare un cattivo pensiero. La mattina dopo il funerale della donna, non era mercoledì, era andato in paese, voleva comprare un fucile. Il negozio che vendeva armi aveva solo una vecchia insegna arrugginita risalente al ventennio. Un'attività ben nota, in commercio da oltre 60 anni.

Era il tipo di posto piuttosto tetro, con una testa di cervo e una di cinghiale montate alle pareti. Un lungo bancone di legno consunto dal continuo strofinio. Le armi erano chiuse in una serie di teche di vetro appese alla parete dietro il banco.

Il proprietario, Francesco Madonia, detto Ciccio, anziano titolare da sempre, era fuori per commissioni. Calogero entrò con calma, il campanello sulla porta tintinnò. Rimase per un momento sulla soglia, guardandosi intorno. Cercava le armi.

Peppe il ragazzo che sostituiva al momento il padrone lo notò. Sorrise divertito.

Calogero si avvicinò al bancone e si tolse la coppola. Disse con voce calma e ferma che cercava un'arma da fuoco, una doppietta possibilmente, per la difesa personale. Qualcosa di affidabile, qualcosa che potesse tenere a portata di mano.

Peppe si appoggiò al bancone e lo squadrò dalla testa ai piedi. «Difesa personale e domestica? - Chiese al cliente - prima di vendere un’arma doveva accertarsi del suo utilizzo. Sicuro che non vuole un bastone da passeggio e una torcia per la notte?»

Il tono era piuttosto canzonatorio. Calogero non si scompose e ripeté di essere più che sicuro. Il ragazzo tirò fuori da un cassetto nascosto nel bancone una pistola automatica calibro 9mm. La mise sul banco e cominciò a illustrare tutte le sue caratteristiche, sembrava volesse impressionarlo e non certo aiutarlo.

Calogero allungò una mano per prenderla ma il giovane fu più lesto allontanandola.

«Ehi, piano, nonnino – esclamò ridendo – così non va bene, prima assicuriamoci se riesci almeno a tenerla ferma. Secondo te un’arma del genere è adatta per la tua mano? Onestamente, sarebbe meglio prendere uno di quei dispositivi di allarme medico. Te lo metti al collo e in caso di bisogno premi il bottone.

Calogero lo guardò fisso, ma la sua espressione non cambiò. Non c'era rabbia nei suoi occhi, né imbarazzo, né dolore visibile, solo qualcosa di quieto e misurato che nessuno avrebbe potuto decifrare.

Chiese educatamente se c'era qualche altra persona con cui potesse parlare.

Peppino alzò le spalle. «Il proprietario non c'è, ci sono solo io.»

Calogero annuì lentamente. Poi si diresse verso una sedia pieghevole vicino alla finestra anteriore, si sedette e tirò fuori un piccolo taccuino di pelle dalla tasca interna della giacca. Annotò qualcosa, poi con la solita calma si rimise la coppola e si diresse verso il bancone. La pistola era ancora là, ma lui non la guardò nemmeno. Arrivato presso il giovane, gli chiese con una voce profonda se fosse lui il rapinatore che aveva svaligiato le case.

Peppino trasalì e il sangue affluì alla testa, si vide perso. Lo sguardo del vecchio era duro come acciaio, inespressivo, non trapelava nessuna emozione. Possibile che il vecchio avesse capito che in effetti era lui con altri due compari l’autore dei furti. Preso dallo spavento fece una mossa fulminea per prendere la pistola sul banco. Calogero fu più veloce, cacciò dal gilè una piccola pistola calibro 22 e gli sparò proprio in mezzo agli occhi. Da quella distanza non poteva sbagliare. Si assicurò che avesse ancora la pistola in pugno e controllò se fosse carica, vide che c’erano un paio di proiettili e questo bastò. Ripulì con un fazzoletto la pistola e la rimise nella mano del giovane. Diede una ultima occhiata intorno e piano, con calma, uscì dal negozio. Sapeva che era uno dei rapinatori della sua vicina morta d’infarto. Inforcò la bicicletta che aveva parcheggiato poco distante e con lente pedalate si avviò seguendo la strada verso il cimitero. Nel cestino aveva un fascio di fiori da deporre sulla tomba.

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