Tra le poche qualità che mi rendevano appetibile sul mercato delle piazze romane della mia adolescenza, da outsider di scuola inglese senza il curriculum condiviso di interrogazioni traumatiche, faide con i bidelli e tiranniche professoresse di latino, (noi studiavamo lo spagnolo), era il fatto che avevo una piscina condominiale.

 

Non era un attico a Via dei Coronari né un terzo piano luminoso ai Parioli. Però era munito di campo da tennis, un baretto che vendeva ghiaccioli a ribasso rispetto allo Stecco Lecco di Viale Parioli, e la possibilità di fornicare nei pressi degli sdraio. Per questo, ogni pomeriggio, comparivano ospiti che entravano usando il mio cognome senza che io ne sapessi nulla.

 

Invidiavo la naturalezza con cui le ragazze esibivano i loro corpi. Versioni postmoderne della Lolita di Nabokov che si facevano ammirare a bordo piscina senza mai bagnarsi i capelli. Io, con asciugamano, libro e protezione 50+, lasciavo tutto inutilizzato in borsa, mentre il mio corpo restava nascosto nei pantaloncini e nel top di Subdued. Davo la colpa a una rarissima condizione che rendeva le mie mestruazioni una minaccia idraulica permanente.

 

A complicare ulteriormente il rapporto con il mio corpo era la voglia sulla chiappa sinistra.

  

«È una voglia di caffè», dice ancora oggi mia madre, bevendo il suo sessantesimo caffe della mattina e trasformando quella che sospetto essere una conseguenza diretta della sua dipendenza in una buffa eccentricità epidermica.

  

All’epoca mangiavo qualsiasi gelato purché non fosse la Coppa del Nonno e tenevo la mutanda del costume tirata disperatamente verso sinistra, a costo di provocare una crisi diplomatica tra i due emisferi del mio corpo. Poi smisi di mangiare gelati del tutto

Alle riunioni condominiali convocavano mia madre.

«Va bene che sua figlia ha tanti amici, ma non è possibile che ogni pomeriggio la piscina venga invasa da ragazzini tatuati.»

 

Intere genealogie sentimentali fiorivano sulla loro pelle. Emma, Serena, una Giorgia ricoperta con una rosa scarlatta dopo un tradimento infame dietro un cespuglio di Villa Ada. Mia madre mi chiedeva da dove arrivasse tutta quella gente, come fosse possibile che attraversassero il raccordo intasato fino a casa nostra ogni pomeriggio. Io rispondevo che li avevo trovati per strada. Come molte delle mie verità, anche questa non le sembrava credibile.

 

Anni dopo, sono finita in un villaggio naturista nel sud della Francia notoriamente frequentato da scambisti e consigliato da un caro amico di mia madre. Mentre mangiavo un’ostrica completamente nuda, accoglievo con un sorriso quasi materno gli sguardi dei pensionati nudisti, sentendomi non più la Jacqueline Kennedy della piscina, ma piuttosto la regina della Provenza.

 

Fu una delle prime volte in cui mi sono sentita davvero bella e ancora oggi, quando l’autostima vacilla, mi capita di tornare in RSA o centri per anziani per concedermi una piccola dose di sicurezza.

 

Ora circumnavigo la piscina con la mia voglia volgarmente esposta. Un gesto provocatorio che non provoca nessuno. C’è da dire che la piscina è molto più vuota di una volta. Colpa dell’assenza di ospiti inattesi, un calo delle nascite nel condominio e la morte di qualche vecchio habitué. Quelli rimasti continuano a sorridermi sdentati.

 

Mangio un cornetto Algida con un bikini costoso cucito da qualche artigiana dell’Argentario e provo una strana nostalgia per tutte le cose che mi vergognavo di mostrare.

 

È una delle fregature dell’età adulta. Passi anni a immaginare un pubblico, a negoziare con il suo giudizio, a costruire il tuo corpo in funzione del suo sguardo. Poi quel pubblico si dissolve. E capisci che la persona che osservava il tuo corpo con più accanimento eri sempre stata tu.

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