Mi è tornato in mente tutto qualche tempo fa, entrando in un ambulatorio per una visita di routine.

 

Se il primo episodio è stato caratterizzato dal silenzio, quest'altro è stato una commedia involontaria, con tanto di risate del pubblico. E anche questo ha lasciato il segno.

 

Era un pomeriggio di inizio marzo nel sud Italia, quel periodo traditore in cui il sole ti giura che è primavera ma gli ospedali storici firmano un patto di sangue con la Campagna di Russia. L’ambulatorio di fisiatria aveva soffitti a volta da cattedrale e infissi che facevano entrare più spifferi del portone di Minas Tirith sotto assedio. Io, quattordicenne sprovveduto, entrai con l’ingenuità di chi crede al meteo. Primavera anche nell’antro di marmo e stucchi, dicevo. Mi sbagliavo. Pareva impossibile, ma ci saranno stati 17 gradi in quell’ambulatorio.

 

Mi accolse un’équipe di tre persone. Il dottore, bardato in camice, giacca e chissà cos'altro, si fece consegnare le radiografie e sparò: «Togli maglione, camicia, scarpe e calzini».

 

I miei piedi nudi atterrarono su un pavimento che il mio cervello registrò come “lastra di ghiaccio”. Temperatura percepita: −40.

«Che freddo», azzardai, mentre facevo i tre passi che mi separavano dal dottore. Passi che durarono altrettante ere geologiche.

 

«Ma no, che qui da voi in Italia non fa mai freddo!» ribatté lui, studiando le lastre con la flemma di un archeologo che ha appena trovato il manuale di istruzioni delle piramidi.

 

E arrivò il colpo di grazia: «Vediamo: tieni solo le mutande». Altri passi nudi sul pack artico. Improvvisamente il pavimento gelido non era più un problema.

 

Il problema divenne che ero lì, in un paio di slip azzurri che mi erano sempre sembrati della taglia giusta, ma in quel momento mi resi conto che, forse, non avevano seguito i miei sprazzi di crescita.

Dopo quello che mi sembrò un secolo, il medico si avvicinò, girandomi attorno. Mi sfiorò la schiena, facendomi rabbrividire un altro po’, poi spostò di un paio di centimetri l’elastico dei miei slip, che copriva le anche. L’indumento continuava a coprire quello che doveva, ma io, automaticamente, lo rialzai dove stava. Iniziò un ping pong tra me e il medico: lui abbassava, misurava a occhio, io alzavo, finché il fisiatra sbottò «Fermo!» e io balbettai un «Ma ho freddo!».
Il dottore si limitò a sbuffare e, dopo quello che per me fu un altro secolo, disse: «Ora chinati verso il pavimento, toccalo con le mani e torna in piedi, braccia aperte».

 

Obbedii, con l’elastico degli slip ancora sotto le anche. Quando mi rialzai, il mio corpo decise autonomamente di fare qualcosa contro il freddo, scegliendo un entusiastico “sull’attenti”: il piccolo indumento che a malapena indossavo capitolò, lasciando l’imbarazzo in piena vista.

 

Il dottore era dietro di me, probabilmente non si accorse del fatto.

 

L’assistente e l’infermiera, invece sì: prima notarono il mio imbarazzo, poi lo sguardo di entrambe finì proprio laggiù e, sforzandosi per non ridere troppo apertamente, una delle due commentò, a fatica: «Non ti preoccupare, è per il freddo». A me non interessava il perché, pensavo solo che le avevo lì di fronte e non ero semplicemente nudo. Volevo sprofondare.

 

Quando il medico terminò di esaminarmi e mi disse di rivestirmi, lo feci a una velocità tale che sarei potuto fuggire da un incendio.

 

Ti sembra che queste cose siano successe e basta, e le archivi nella memoria. Solo che poi, decenni dopo, vedendo la porta di un ambulatorio, sentendo uno spiffero, il ricordo torna vivo come se fosse successo il giorno prima.

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