La vecchia Emma aveva fatto scappare cinque badanti.
La prima era durata più a lungo, ma, all’epoca, Emma riusciva ancora a tirare la sfoglia. Un velo sottile, attraverso cui, in controluce, si scorgeva la sua mano che conservava i calli da contadina.
Poi, però, un ictus; leggero, ma il braccio sinistro non lo muoveva più bene.
Da allora sedeva in un angolo della cucina e guardava torva il mattarello, come se fosse colpa sua.
O forse ce l’aveva con se stessa perché una non dovrebbe arrivare a novantotto anni se non è capace di tirare la sfoglia.
E, da allora, aveva fatto scappare cinque badanti.
«Dovremmo metterla in una struttura» diceva Lella, la nipote. «Costa troppo. In pratica, è autosufficiente. Ha solo un brutto carattere» rispondeva il nipote Saverio. Nipoti, perché i figli di Emma avevano superato la settantina e avevano i loro problemi. I bisnipoti, invece, erano ancora troppo piccoli e comunque non manifestavano un grande attaccamento a quella vecchia perennemente accigliata. «Comunque, ha fatto scappare cinque badanti» ribatteva Lella chiudendo il discorso.
Le donne, cercate tramite app o conoscenze, duravano in media quindici giorni, poi fuggivano da quell’appartamento che sembrava una capsula del tempo risalente agli anni ‘50, quando Emma aveva lasciato le colline della Romagna per la città e, da allora, conservava il macinacaffè a manovella, la macchina per cucire a pedali e le tovaglie bianche e marroni.
E, naturalmente, i matterelli. Quello più corto e tozzo per la piadina, quello più lungo per la sfoglia.
E uno dei due era sempre lì, sul tavolo.

«Io non ne cerco più di badanti» disse un giorno Lella. «Proviamo con la ragazza del ristorante cinese al piano terra».
«La figlia dei titolari?» domandò Saverio.
«Sì… Siao... o come si chiama».
«Ha quindici anni».
«Credi che per loro faccia differenza? Studia e arrotonda. E, anche se vien voglia di scappare, non andrà certo lontano».
Saverio si massaggiò il mento. Stava arrivando l’estate. Il momento di partire per le vacanze. Lui e i figli. E, sì, anche i nonni, quelli veri, non quel diorama vivente. Probabilmente un essere umano non aveva il diritto di vivere oltre una certa età. «Ultimamente mi pare più… soporosa. E se le viene un colpo?».
«Gli ultimi esami non hanno evidenziato nulla di speciale. E poi secondo me non è assopita». Lella si massaggiò le braccia come per un improvviso soffio di aria fredda. «Mi pare piuttosto in attesa, come un grosso ragno grigio e incartapecorito. Quel mattarello sul tavolo...».
Saverio smise di massaggiarsi il mento. «Già. Forse è solo più calma. Forse questa non la farà scappare. Come hai detto che si chiama la ragazza?».


Vado a vedere se arriva” diceva sempre il nonno prima di andare alla fermata della corriera.
Tutte le sere, da quando era giunta la notizia della Ritirata di Russia. Aspettava il figlio maggiore, Emilio.
Il 4 agosto 1946 si era messo in cammino come al solito e non era più tornato.
Dicevano che era caduto da una sedia del bar davanti alla fermata senza dire una parola, con appena un filo di bava che gli usciva dall’angolo della bocca.
A volte Emma pensava che, in qualche modo, fosse partito per la Russia anche lui.
Emilio, invece, era tornato il 31 agosto.

 

Emma posò lo sguardo sul mattarello, poi sulla ragazza in piedi davanti a lei con un piercing al naso e uno di quei cosi sotto il braccio.
Le aveva detto qualcosa, senz’altro, e glielo aveva chiesto più volte, ma era una voce lontana. Il 31 agosto 1946 era molto più vicino.
«Posso usare la presa per la corrente?» chiese la ragazza.
Computer. Già. Ecco cos’era quel coso.
Emma emise un grugnito affermativo.
Se se ne stava con il naso incollato a quell’affare, sarebbe stato come se la ragazza non ci fosse. Oggigiorno facevano così.
A proposito, come accidenti si chiamava?

 

«Xiaomei?» disse Iaia, la figlia maggiore.
«Ecco, sì, proprio quello» confermò Saverio. Trattare con i cinesi era stata dura. Avevano perso un giorno e ora dovevano affrontare il traffico dell’esodo.
«Xiaomei» ripetè Iaia. A scuola, c’era gente di tutte le etnie. «Chissà come lo storpierà la nonna» aggiunse.

 

«Con quell’affare puoi parlare con la Cina?» chiese Emma.
«Già. Si deve solo stare attenti al fuso orario».
«E chi era quella vecchia, una spia cinese?». Vecchia. Sembrava più giovane di sua figlia Loredana e di poco più vecchia di Gabriella, la minore. Ma Gabriella aveva smesso di invecchiare nel 2003. Un essere umano non dovrebbe vivere oltre una certa età.
«E di che cosa parlavate? Non mi va che in casa mia si facciano discorsi che non capisco».
Xiaomei rise. «Ricette. Per il ristorante».
«Sì, come no» grugnì Emma.


Emilio scende dalla corriera.
Si guarda intorno, ma non c’è nessuno ad attenderlo.
Non riconosce il paese, forse lo ricordava diverso. Senz’altro nessuno riconosce lui.
È il 31 agosto 1946.

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