La paura è un'amica preziosa.

Glielo avevano ripetuto decine di volte. Psicologi, medici, persone che cercavano di convincerlo che ciò che era successo quella notte non fosse colpa sua.

Aveva undici anni quando uccisero la sua famiglia. Non ricordava tutto. Alcune immagini erano rimaste nitide, altre si erano confuse negli anni. Ricordava le urla. Ricordava un rumore secco. Ricordava soprattutto di essere rimasto immobile. Non aveva corso. Non aveva gridato. Non aveva cercato di aiutare nessuno.

Era rimasto in piedi in un angolo, incapace persino di tremare, mentre la paura faceva l'unica cosa che il suo corpo sembrava ancora in grado di fare: impedirgli di respirare.

Quando arrivò la polizia, uno degli agenti lo scambiò per un cadavere. Per qualche assurdo scherzo della fisica, pensò, quel corpo doveva essere rimasto in piedi dopo la morte. Poi il bambino inspirò.

Ci vollero anni perché riuscisse a parlare di quella notte senza riviverla.

«È stato il tuo istinto di conservazione», gli spiegò lo psicologo che lo seguiva. «Non avresti potuto salvarli. Se avessi gridato o fossi scappato, probabilmente saresti morto anche tu.»

Poi pronunciò quella frase. «La paura è un'amica preziosa.»

Lui annuì. Ma non voleva accettare quella spiegazione. Per lui la paura era ciò che lo aveva tenuto immobile mentre la sua famiglia moriva. Decise che non sarebbe successo mai più.

Cominciò dalle cose piccole.

Aveva sempre avuto paura dei ragni. Bastava trovarne uno sul muro della camera perché chiamasse qualcuno per farlo uscire. Così iniziò a studiarli. Prima sui libri, poi dietro un vetro, infine da vicino.

Scoprì che erano creature straordinarie. Imparò a riconoscerne le specie, a distinguere quelle innocue da quelle pericolose. Osservava per ore le tele e la precisione quasi geometrica con cui venivano costruite. Soprattutto osservava il ragno. Immobile.

Anche lui era rimasto immobile quella notte. Ma c'era una differenza. Il ragno non era paralizzato. Aspettava. Qualcos'altro avrebbe avuto paura al posto suo.

Quando riuscì a lasciarne camminare uno sulla propria mano senza ritrarla, sorrise.

Una in meno.

Poi venne l'altezza. Si iscrisse a un corso di arrampicata. All'inizio le gambe gli tremavano già a pochi metri da terra. Continuò. Salì più in alto. Poi ancora.

Negli anni arrivarono pareti, montagne, ghiacciai. Conquistò vette che da ragazzo avrebbe avuto paura persino di guardare dal basso. Ogni volta cercava lo stesso momento: quello in cui il corpo gli chiedeva di fermarsi. Il cuore accelerava. Le mani sudavano. Il respiro diventava corto. Lui continuava. Finché quel momento non arrivava più.

Una in meno.

Provò sport estremi. Velocità. Vuoto. Acqua. Fuoco. Tutto ciò che riusciva a trovare capace di provocare quella vecchia sensazione diventava qualcosa da affrontare. Non cercava il pericolo. Cercava la paura. E ogni volta che la trovava, la costringeva ad arretrare.

Con gli anni cominciò persino a piacergli quella sensazione. Non la paura in sé, ma l'istante immediatamente successivo, quando capiva di averla dominata.

Entrò nell'esercito. Lì scoprì paure diverse. Non tutte avevano a che fare con ciò che poteva accadere a lui.

La prima volta che dovette puntare un'arma contro un altro uomo esitò. Per un istante tornò bambino. Ma poi fu solo un'altra paura in meno.

Una sera, di ritorno da una missione, incontrò la persona più simile a un amico che avesse: lo psicologo che lo aveva seguito da bambino.

Non era più suo paziente da molti anni, eppure avevano continuato a vedersi di tanto in tanto. Forse perché quell'uomo era l'unica persona al mondo a conoscere davvero il bambino che era stato.

Parlarono a lungo. Dei ragni, delle montagne, dei ghiacciai, dell'esercito. Lui raccontava ogni paura superata quasi fosse una tappa di un viaggio.

Lo psicologo lo ascoltò, poi disse: «Sai, non esiste un uomo che non abbia paura. La paura è necessaria, fa parte dell'ist...»

«Sì, lo so», lo anticipò bruscamente. «La paura è un'amica preziosa.»

Si salutarono poco dopo.

Una volta a casa, ancora in uniforme, si fermò davanti allo specchio. L'uomo riflesso non aveva quasi nulla del bambino rimasto immobile in quella stanza. Era forte. Addestrato. Aveva scalato montagne, attraversato ghiacciai, guardato il vuoto sotto i propri piedi, affrontato uomini armati.

Non ricordava più l'ultima volta in cui qualcosa lo avesse veramente spaventato.

Sorrise. Ce l'aveva fatta.

Il sorriso durò solo pochi secondi.

Istinto di conservazione.

Lo trovai steso a terra, ancora in uniforme, davanti a quello stesso specchio. A spiegare quel triste ritrovamento, soltanto un biglietto con poche parole:

Ti sbagliavi, amico mio. Io non ho più alcuna paura.

 

«Una in meno. L'ultima», bisbigliai.

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