La luce entrava dalle inferriate come acqua filtrata attraverso il fango. Ogni mattina era uguale, eppure diversa — come le facce che comparivano e scomparivano dietro i vetri opachi del corridoio.

Lei contava le piastrelle del soffitto. Centoquarantadue. O forse centoquarantatré. Il numero cambiava ogni giorno, perché alcune piastrelle si muovevano quando lei non le guardava.

«Oggi c'è il sole», pensò.

E subito il sole si fece spazio tra le persiane, disegnando strisce dorate sul pavimento di cemento. Lei sollevò una mano, e la luce le attraversò le dita.

«Vedi?» sussurrò a nessuno. «Sono fatta di vetro. Si può vedere attraverso.»

Nella stanza accanto, qualcuno piangeva. Un suono lungo, come il lamento di una fisarmonica sotto la pioggia.

Lei riconobbe quel pianto. Era il pianto del signor Rinaldi, che chiamavano l'orologiaio perché passava le giornate a smontare e rimontare il tempo. Diceva che gli ingranaggi del mondo si erano inceppati. Che qualcuno aveva dimenticato di caricare la primavera.

«Non preoccuparti, signor Rinaldi», mormorò, appoggiando la fronte contro il muro divisorio. «Il tempo è solo una bugia che ci raccontiamo per sentirci al sicuro.»

Il pianto cessò per un istante. Poi ricominciò, più lieve, come se qualcuno avesse abbassato il volume del dolore.

A mezzogiorno, le portarono il pasto in una vaschetta di plastica.

Lei guardò il cibo per molto tempo. I piselli sembravano piccoli pianeti verdi che galleggiavano in un'orbita di brodo. La carne era una luna grigia e irregolare.

«Oggi sono su Marte», annunciò all'infermiera che aveva posato il vassoio. «Vede? I piselli sono i crateri. La carne è il suolo rosso. Ma loro non lo sanno, i marziani. Pensano che siamo noi gli alieni.»

L'infermiera sorrise. Un sorriso stanco, quello che si usa per i bambini che raccontano storie incredibili.

«Mangia, tesoro», disse, e il suo nome — scritto sul cartellino — era Clara. Come una nuvola chiara.

«Clara», ripeté lei, assaporando la parola. «Lei è fatta di nuvole, vero? Lo vedo. Quando cammina, lascia una scia di pioggia.»

Clara sospirò. Ma qualcosa nei suoi occhi tremò, come se per un attimo avesse creduto alle sue parole.

Poi uscì, e il chiavistello della porta scattò con un suono che sembrava la chiusura di una bara.

Nel pomeriggio, loro la portarono in giardino.

Non era un giardino vero. Era un rettangolo di terra battuta, circondato da mura altissime. Ma in un angolo cresceva una pianta — lei non sapeva il nome — con foglie che sembravano mani aperte.

«Salve», disse alla pianta. «Come stai oggi? Hai visto il sole?»

La pianta non rispose. Ma una delle sue foglie si inclinò leggermente, come se annuisse.

Lei si sedette a gambe incrociate sulla terra. Chiuse gli occhi. E il mondo intorno cominciò a cambiare.

Le mura diventarono trasparenti. Oltre, vide strade, case, persone che camminavano con i telefoni in mano, che parlavano senza ascoltarsi, che si muovevano come automi senza sapere di esserlo.

«Poverini», sussurrò. «Non sanno di essere già morti.»

Un uomo si sedette accanto a lei. Era giovane, con occhi scuri come finestre su una stanza vuota.

«Cosa vedi?» le chiese.

«Vedo le catene», rispose lei. «Ma loro non le sentono. Le hanno indossate così a lungo che ormai fanno parte della loro pelle.»

L'uomo annuì. Si chiamava Marco, ma lei lo chiamava Silenzio: quando parlava, le sue parole pesavano come sassi.

«E tu?» chiese lui. «Senti le tue catene?»

Guardò le sue mani. Le ossa erano visibili sotto la pelle, come uno scheletro che cerca di uscire.

«Le mie catene sono fatte di luce», disse. «A volte bruciano. A volte illuminano.»

Marco guardò a terra. Raccolse una manciata di terra battuta e la strinse nel pugno finché le nocche non diventarono bianche.

«Le mie sono di piombo», disse, e la sua voce non aveva crepe. «Non brillano. Sprofondano e basta.»

Lei tese un dito e sfiorò il dorso della mano di lui. Era fredda, immobile come una statua abbandonata nel cortile.

«Allora chiudi gli occhi», gli sussurrò. «Se sprofondi abbastanza, dall'altra parte del mondo trovi il cielo.»

Il tramonto arrivò come una ferita aperta.

I colori si mescolavano — rosso, arancio, viola — come un barattolo di acquerelli rovesciato sull'orizzonte.

Lei guardò il sole sparire dietro il muro. E per un momento, il muro non ci fu più. Vide oltre. Vide un campo infinito di grano che ondeggiava sotto un vento che non c'era.

In quel campo, c'era una bambina che correva.

«Aspetta!» gridò lei. «Aspettami!»

Ma la bambina non si voltò. Continuò a correre, i suoi capelli rossi che si agitavano come fiamme.

Lei capì. La bambina era lei. O forse, la bambina era quello che lei avrebbe potuto essere — in un'altra vita, in un'altra mente, in un altro corpo che non si fosse spezzato come un vetro caduto.

«Ti voglio bene», mormorò, ma la bambina era già scomparsa.

Il muro tornò. Solido. Reale.

La notte era il momento più bello.

Perché quando le luci si spegnevano, e i corridoi diventavano neri come l'inchiostro, lei poteva viaggiare.

Chiudeva gli occhi e il suo corpo rimaneva sul letto — un guscio vuoto — mentre la sua mente volava via.

Questa sera andrà sulla luna, decise.

E così fece.

Il viaggio era sempre lo stesso: prima il soffitto, poi il tetto, poi le nuvole che si aprivano come petali. L'aria diventava sottile, fredda. Le stelle passavano così vicine che poteva toccarle con la punta delle dita.

Sulla luna, c'era una casa di vetro.

E dentro la casa, c'erano tutte le persone che aveva conosciuto. Sua madre. Suo padre. La sorella che era morta prima di nascere. Il nonno che le insegnava a pescare nei sogni.

«Siete tutti qui», disse. «Siete sempre stati qui.»

La madre sorrise. Aveva lo stesso sorriso di quando lei cadeva dalla bicicletta.

«Non sei malata, amore mio», disse la madre. «Sei solo più sveglia degli altri. Vedi cose che loro non possono vedere.»

«Ma qui dentro», rispose lei, indicando le mura di vetro che la circondavano. «Qui dentro sono imprigionata.»

«Le prigioni sono dentro di noi», disse il nonno. «Non fuori.»

Poi la casa di vetro cominciò a sciogliersi. Come ghiaccio al sole. Come neve a primavera.

E lei cadde.

Cadde attraverso il cielo, attraverso le nuvole, attraverso il tetto dell'ospedale, attraverso il soffitto della sua stanza.

Il suo corpo la riaccolse come una madre accoglie il figlio tornato a casa.

Aprì gli occhi.  Era mattina. Era tutto e niente.

Un raggio di luce filtrava dalla finestra, disegnando un rettangolo dorato sul pavimento.

Lei allungò una mano. Le sue dita si sciolsero nella luce.

«Sono fatta di vetro», sussurrò. «Si può vedere attraverso.»

E sorrise.

Perché domani sarebbe tornata sulla luna.

Nella stanza accanto, il signor Rinaldi smontava il tempo.

Secondo dopo secondo.

Erano tutti malati.

O forse, erano tutti sani — e il mondo intorno era la vera malattia.

Difficile dirlo. Difficile capirlo.

Ma lei, in fondo al corridoio, aspettava il sole.

Perché la luce, quando entra, non chiede il permesso.

Entra e basta.

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