Dovrei votare per il sindaco e non so per chi altri ma non sono preparato, non ho studiato nemmeno stavolta. Francesca è a corto di idee, anche se non passerebbe mai a casa una domenica di sole ormai estivo. Propongo di andare a mangiare il pesce. Anche questo è un voto, un inno al disimpegno.

Soprattutto per me, che al liceo subivo assemblee studentesche, fumo e schitarrate da rimorchio. I miei manifesti erano lontani dalla politica e lontanissimi dall'universo femminile. Spaziavo dal Corriere della Sera alla biografia di Michel Platini, senza farmi mancare le paste di Marinari in Corso Trieste per il pranzo della domenica.

 

Francesca pensa al nuovo porto di Ostia, ma preferisco tornare al porto canale di Fiumicino, quello con l'acqua di un bel verde opaco.

Appena scendiamo dalla macchina, l'odore del pesce che si mescola alle esalazioni di nafta mi risveglia i sensi. Le bancarelle che vendono stemmi e mimetiche da vietcong, invece, mi colpiscono a tradimento. Nei miei ricordi non c'erano.

 

Non venivo qui da cinquant'anni. Mi ci portava papà, uomo di porto ma non di mare, che mi insegnava a leggere il mondo senza navigare. Chi naviga ha l'anima del pirata e i pirati non ci sono mai piaciuti. Pirati non siamo mai stati e non lo saremo mai. Resteremo sempre un passo indietro, ci fermeremo sempre prima che finisca il molo. 

 

Francesca è accanto a me, si guarda intorno ma non parla, non mi offre spunti neanche per litigare. Il dialogo è con papà, anche se lui non c'è da quasi un anno.

 

Attraverso il ponte levatoio da sud a nord, come quei pomeriggi di luglio degli anni Settanta, quando le spalle bruciavano sotto la maglietta. Ogni mattina la Nivea in latta blu cuoceva a fuoco lento la pelle bianca e delicata.

Venivamo spesso a camminare lungo il molo durante le interminabili vacanze a Ostia. Papà amava alberi e vele, ma anche le barche scrostate dei pescatori. Qualsiasi albero, qualsiasi barca, qualsiasi porto gli ricordava le estati in Versilia da ragazzino.

 

Attraversato il ponte, costeggio i pescherecci con le carrucole arrugginite, sfiorando schiene e teste dei pescatori seduti sul molo. Loro sì, cotti al punto giusto, con la pelle rugosa di chi respira salsedine tutto l'anno. Sono marroni. Sembrano attori vestiti come capita.

 

Arrivo al faro che segnala la punta settentrionale. La brezza mi massaggia le orecchie, portando con sé le percussioni fredde e pulite di Robert Miles.

 

Nello slargo di fronte al mare mi sento in pace, finalmente. Dimentico quasi che dobbiamo ancora pranzare. Non mi infastidiscono neanche profumi e tatuaggi delle donne che parlano come Micaela Ramazzotti e trattano i loro barboncini come faraoni.

 

Da nord gli aerei decollano verso il mondo. Mi piace guardarli, ma sto bene a terra, con le piante dei piedi ancorate al molo, contento di immaginare Giacarta e Sumatra senza muovermi da qui.

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