Io, frate Bartimeo da San Giusto, queste parole intendo lasciare a fede di memoria, acciocché i posteri sappiano d’un caso occorsomi nell’anno del Signore mille duecento novantasette, tempo in cui, sebbene le mie membra avessero ancora vigore di gioventù, la barba già si chiazzava d’argento e la fede, temprata da prove non lievi, era divenuta salda qual roccia alpestre. Allora dimoravo nel venerabile convento di Santa Maria dell’Acqua Chiara, che siede tra selve ombrose e fitte, là dove le valli di Ristonico si confondono con le alture di Montefeltrino; luogo di raccolto silenzio e severa osservanza, ma pur altresì porto d’ogni pellegrin stanco, di poveri erranti, di mercatanti smarriti e talvolta d’anime le quali, quantunque in divota sembianza apparissero, sotto l’umile panno teneano pensieri non punto umili.

In quegli anni, per le opere che la Provvidenza volle compiere per mia mano, ero già noto non solo tra confratelli, ma ancora ne’ villaggi d’intorno, come frate esorcista, uomo al quale lo demonio non s’accostava senza timore, e contro il quale, così dicevano, Satana medesimo avea più volte spezzato le proprie corna.

Fu in una mattina di pioggia minuta, che cadea come polvere d’acqua sopra le pietre del chiostro, che l’abate del convento, frate Rainaldo di Monte Arcione, mi fece chiamare nella sala del capitolo. V’entrai, e lo trovai assiso alla sua scranna di quercia, col volto teso e lo sguardo di chi dee recare annuncio grave. Al suo cospetto, e col capo discoperto, stavano due uomini: il primo, longo e secco come palo di vigna, con occhi fondi e barba selvatica, teneva lo cappello tra le mani nodose — e mi fu detto essere il fratello del tormentato; l’altro, più basso ma largo di spalle, col naso guasto e la pelle segnata da fatica di campagna, era suo cugino. Entrambi mi rimiraron come lo marinaio sfinito guarda il porto sicuro che s’apre innanzi a sé mentre alle spalle ruggisce la tempesta.

Con voce rotta dalla stanchezza del cammino, lo fratello favellò per primo: un loro congiunto, Bartolomeo di Villacupa, da settimane dava segni di possessione, e li preti del villaggio aveano tentato invano di ricondurlo a senno. Lo cugino, che a stento lasciava concludere l’altro, soggiunse particolari foschi: urla notturne, bestemmie orribile lanciate contro li sacerdoti e famigliari, e massimamente certe oscenità che — a udirle in sì sacro loco — ridussero lo viso dell’abate sì scolorito e impietrito, che parea morto fresco di giornata.

Era la vigilia di San Michele, e l’aere, grave di pioggia e di nebbia, portava seco odore di terra fradicia e di funghi di selva; ed io, presa licenza dal mio superiore e da lui benedetto, m’incamminai verso lo caso d’urgenza spirituale, salendo per un sentiero tortuoso, cinto di rovi e di pietre sdruccievoli, che menava ad una povera casa di villani posta in cima ad un poggio. Ogni passo pareva annunziare una sventura: un corvo, con voce rauca e trista, mi passò dinanzi; un cane spelato, con un occhio lattiginoso, mi seguiva zoppo; e perfino lo mio giovane compagno, frate Domenichino, venuto per imparare l’arte dell’esorcismo, mi disse sommesso come egli avesse udito tre colpi secchi venire da nullo loco — segno, a chi sa leggerlo, di morte vicina o di grande infamia.

Giunto in cima, vidi la casa: un tugurio dal tetto pendente, chino come chi, per vergogna, non osa levar li occhi, e dintorno un cortile lordo di paglia marcita, dove poche galline spelacchiate e rinsecchite beccavano l’una l’altra, ché nulla avean da pascersi. Mi venne incontro una donna smunta, moglie del travagliato, la quale, piangendo, disse: «Padre, lo demonio m’ha preso lo marito; e in modo sì sconcio, che temo la vostra santa veste manco vorrà stargli presso».

Entrammo nella camera, e tosto fummo assaliti da un puzzo sì feroce, ch’era mistura di sudore rancido e di carogna imputridita, mescolato col lezzo dolciastro di erbaggi marci e di pisciume vecchio. In mezzo a tal fetore giacea lo misero Bartolomeo, uomo di smisurata corporatura, la pelle sì unta da parere cotenna di porco affogata nella sugna, li occhi strabuzzati in capo e la bocca aperta in un ghigno da satiro ebbro. Non appena mi vide, ruttò con fragore, e, senza darmi tempo a benedire, sollevò la tonaca da villano mostrando un’oscena virilità in erezione, che brandiva come un’arma, sghignazzando a gran gola.

Frate Domenichino, che mai s’era trovato a sì fatto spettacolo, indietreggiò, inciampando in uno sgabello e rovesciando una catinella d’acqua benedetta. Io, per celare lo sconcerto, apersi lo rituale di Leone XIII; ma, ahimè, ogni versetto ch’io dicea parea fargli venire in mente al satanasso nuove e più sfacciate villanie. Or scorreggiava con sì gran fracasso, e mandava fiotti d’aria di cotal fetore, che per un tratto temei fusse lo spirito immondo a cacciare me più tosto ch’io cacciassi lui; or vomitava a spruzzo, colpendo in pieno lo misero Domenichino, lo quale, con le mani tremanti, s’ingegnava invano di nettarsi lo viso.

Io allora, veggendo che lo maligno della nostra confusione s’alimentava, presi altro partito; e ad ogni sconcezza che mostrava, opposi orazione acconcia. Alla turpe levata del membro replicai con lo salmo che narra la vergogna di Cham; alle flatulenze, con l’esorcismo di San Colombano, che trasse li demoni fuori dalle viscere di un re scozzese; e al vomito, con la benedizione delle fonti, sperando che tal fiotto si mutasse in acqua di redenzione.

Infine, venuto al colmo della tenzona, proferii la più aspra delle formule, ove si nominano li tre arcangeli e s’invoca non solo la loro difesa, ma che essi feriscano l’avversario nella medesima sua carne. Ed ecco che l’assatanato ribaldo, con grido stridulo, ritrasse subitamente lo membro tra le cosce, come se la spada infuocata di San Michele gliel’avesse arrostito, e, pur dimenandosi, smarrì ogni sua sfacciata baldanza.

Quando lo demonio uscì — lasciando l’uomo tutto madido di sudore e privo di forze — Domenichino, ancora livido, mi disse: «Padre, io credea che lo maligno fosse cosa ingegnosa, lusinghera e allettante, ma ora so ch’egli può esser anco grasso, puzzolente e… assai corporale». Io, ridendo sotto lo cappuccio, gli risposi: «Figliuolo, lo maligno s’acconcia ad ogni vaso: talvolta è calice d’oro, tal altra pitale di stagno. Chi ha senno, intenda».

E così, con passo lento e cuore giocondo, tornammo giù per lo sentiero; e dietro noi la moglie di Bartolomeo ci benediceva e rendea grazie a Dio, mentre io, in cuor mio, rendea grazie anco all’aere fresco che finalmente mi ridava respiro.

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