La storia che voglio raccontare potrebbe iniziare con la scoperta dell’inganno che il mio socio Roberto stava tramando ai miei danni, ma credo sia meglio procedere con ordine, perché questa è la ragione meno importante che mi ha spinto alla decisione che avrei preso in seguito. Meglio raccontare dell’incidente nel quale fui coinvolto, di tutto quello che avvenne, prima e dopo. 

Come facevo da circa un anno ogni terzo venerdì pomeriggio del mese, ritirai l’auto custodita nel garage a due passi dalla casa dove abitavo da solo e inserii nell’autoradio la play list musicale che avevo preparato per l’occasione. Mi avviai verso l’autostrada destinazione Firenze, dovevo trascorrere il week end con i miei figli Aurora e Stefano, nati gemelli dodici anni fa e che vivono lì con la mamma, Marina la mia ex. 

Giunsi a destinazione senza problemi; la primavera stava facendo il suo dovere regalando un marzo non troppo capriccioso. Lasciai lo zaino alla solita pensione. Solitamente mi organizzo una serata da single: un concerto, un cinema o uno spettacolo teatrale, ma quella volta non avevo programmato nulla, per cui mangiai qualcosa in un self service. Iniziai a passeggiare senza meta lungo l’Arno, la serata si prestava, il cielo era sereno. Quando mi parve di aver camminato abbastanza, entrai in un pub per bere una birra. Era abbastanza affollato. Dopo un po’ si liberò un tavolo nella veranda, feci per accomodarmi, quando mi accorsi che anche due donne l’avevano puntato.  Ci fu un attimo di imbarazzo. Io mi tirai indietro e dissi che potevano prendere posto e che avrei atteso il prossimo tavolo libero. Loro si guardarono un attimo e, non so se per gentilezza o per simpatia, invitarono a sedere anche me, visto che il tavolo era grande e lo spazio c’era.

Le due donne continuarono a chiacchierare e a ridere tra loro incuranti della mia presenza, io a leggere le ultime notizie sullo smartphon dal sito del Fatto Quotidiano, sorseggiando la mia birra. Non prestai molta attenzione ai loro discorsi, ma da qualche frase e dalle risatine capii che prendevano in giro un’amica zitellona che finalmente era prossima al matrimonio. Entrambe erano sulla trentina, una bionda e l’altra castana, carine, magre, alte quanto me, circa 1,70 e soprattutto molto toscane nell’esprimersi. Quasi contemporaneamente terminammo le nostre birre, io proposi di offrire un altro giro.

"Spiacente le mamme ci hanno proibito di accettare da bere dagli sconosciuti”, obiettò la bionda.

Prontamente replicai che a questo problema si poteva e doveva subito porre rimedio. Ridemmo e scattarono così le presentazioni: "Mi chiamo Enrico, vengo da Salerno e sono qui a Firenze per incontrare i miei due figli che vivono con la madre”.

Di li a poco seppi che la bionda si chiamava Giusy e quando ci stringemmo la mano, notai che aveva dei bellissimi occhi verdi, Anna invece li aveva color nocciola. Feci cenno al cameriere di portare altre birre, poi passammo a parlare delle nostre occupazioni. Temendo di annoiarle non mi dilungai, non c’era molto da dire dello studio di architettura che avevo insieme ad un socio. Giusi ed Anna gestivano un negozio a Campo Marte, vendevano vinili e strumenti musicali. La mia passione per la musica rese la cosa molto interessante. Feci molte domande sulle chitarre che avevano in negozio e chiesi quale poteva essere secondo loro, la più adatta ad un principiante come me. Finita anche la seconda consumazione nell’andar via Anna mi chiese se volevo unirmi a loro per andare in un locale ad ascoltare un gruppo musicale composto da alcuni ragazzi loro clienti. Accettai, pagai le consumazioni e le raggiunsi al parcheggio.

Giusy aveva una Citroen C1 rosso amaranto che guidava con molta scioltezza. Durante il percorso Anna mi assicurò che non era solo una visita di lavoro, i ragazzi erano bravi e il locale ben frequentato. Arrivati, Giusy mi presentò il suo compagno con cui aveva appuntamento e dopo un po’ li perdemmo di vista, così, seduti al tavolo restammo Anna ed io. Il gruppo si chiamava "Le giovani promesse” ed era composto da cinque elementi che si alternavano con vari strumenti. Suonavano essenzialmente musica blues e easy rock, riconobbi varie cover di Tom Petty. Finita l’esibizione del gruppo, mentre smontavano gli strumenti, gli addetti del locale sistemarono sul palco l’attrezzatura per il karaoke. Alcuni clienti del pub si cimentarono con i soliti brani di Lucio Battisti.

Anna mi chiese come me la cavavo con il canto e, capendo le sue intenzioni, le confessai che non avevo mai provato il karaoke. Anna si avvicinò al ragazzo addetto all’apparecchio, gli disse qualcosa, tornò al nostro tavolo, mi prese per mano e, prima che potessi opporre resistenza, una voce dal palco disse: “Facciamo un caloroso applauso di incoraggiamento ad Enrico di Napoli che insieme ad Anna canterà Stop draggin’ my heart around”. Mentre venivo trascinato sul palchetto, partirono insieme alle prime note del brano gli applausi dai tavoli in platea. Sullo schermo scorreva il testo, Anna, con una bella voce calda e sicura, si calò molto bene nella parte di Steve Nicks, poi toccò a me cercare di emulare il grande Tom Petty. L’esibizione fu portata a termine abbastanza bene e ricevemmo anche parecchi applausi.

“Ringraziamo il gentile pubblico, ma voglio precisare che sono di Salerno, non di Napoli”, ci tenni a precisare prima di lasciare il palco e una ragazza dal bar urlò: “Non ti preoccupare, nessuno è perfetto”, suscitando risate e qualche applauso dai tavoli. Anch’io e Anna ridemmo.   

Tornando al tavolo per non essere frainteso le chiarii che non avevo niente contro la città di Napoli e i suoi abitanti, anzi, era la mia seconda patria, ma non mi piace quando fuori dalla Campania, per semplificare, diventiamo tutti napoletani. Annuì sorridendo e quasi per volersi giustificare per avermi costretto a cantare: "Ho visto come hai reagito quando i ragazzi hanno eseguito le cover di Tom Petty, anche a me piace molto e mi è venuta voglia di condividere con te questa passione”. 

Di Giusy e del suo compagno non ci fu più traccia. Per un attimo mi balenò il sospetto che la sparizione potesse essere una mossa strategica per lasciarci soli, ma non ero nello stato d’animo adatto per un’avventura e comunque l’idea di aver fatto colpo non la prendevo neanche in considerazione. Marina spesso mi prendeva in giro, dicendo che una donna, per farmi capire che le interessavo, doveva farmi il disegnino e farmelo recapitare dal messo comunale. Restammo a chiacchierare come due vecchi amici seduti su una panchina nei pressi del locale, consumando le birre comprate al pub.  Anche lei, come me, era separata da tempo, ma non avevano avuto figli. Poi, per evitare che la serata prendesse una piega triste, decidemmo di risparmiarci i particolari sulle relazioni finite e parlammo di cinema, altra nostra passione oltre la musica. Scoprimmo che i nostri gusti erano molto simili e che Wim Wenders era uno dei nostri registi preferiti.

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