La solitudine in quella buia cantina, abbellita per così dire dalla sporcizia tipica di un luogo trascurato, sarebbe stata insopportabile se non fosse stato per la presenza di quei simpatici amici. 

Essi erano: tre topi, a cui diedi il nome di Hubert, Marjory e Jeremy, un carismatico scarafaggio che ribattezzai Igor.

E poi c'era lui. Anche se si fossero messi insieme, non avrebbero potuto equiparare l'assoluta e totale sincronia che si creò tra me e quel piccolo e peloso ragno che chiamai Boris.

Il nostro rapporto era assai particolare. Era come se la sua presenza diciamo intermittente, data dal fatto che sembrava fosse ovunque e che allo stesso tempo da nessuna parte nascosto chissà dove, rappresentasse in un certo senso tutto ciò che c'era di incerto nella mia esistenza e quella particolare caratteristica, si scontrava in maniera decisa con gli schemi perduti e forme geometriche estranee alle dinamiche umane di quelle interminabili ragnatele.

Capitava spesso che egli mi guardasse con quegli occhi languidi, quasi come se volesse dirmi: «Perché sei finito qui tra la sporcizia come una bestia?» 

Risposi varie volte pur sapendo che non riusciva a capirmi e che ciò che mi comunicava quello sguardo in fin dei conti non altro che era una mia supposizione. Un inutile sforzo per avere un minimo di compagnia o amore nella totale solitudine che mi stringeva nella sua folle morsa. Realizzai che forse i miei genitori consideravano anche me un animale proprio come gli altri “abitanti della cantina” e non ci volle molto tempo affinché li considerassi persone orribili.

Le complicanze che ci furono durante i nove mesi in cui ero nel grembo di mia madre e ovviamente anche durante il parto, mi fecero nascere assai deformato.

Presentavo un'enorme gobba che mi faceva stare rannicchiato per la stragrande maggioranza del tempo, delle pustole lungo tutta la schiena e un rigonfiamento epidermico sulla fronte simile a un gigantesco bozzo, che ingigantiva tutta la parte superiore della testa in una maniera spropositata. Le mani erano ricoperte di bolle rossastre, simili a quelle che si presentano in seguito a un eczema, che spesso bruciavano come l'inferno. I miei genitori ne rimasero alquanto turbati, o per meglio dire disgustati, all'idea che quell'immondo obbrobrio fosse il loro figlio e dunque mi scaricarono in cantina, chiudendo la porta a chiave e imprigionandomi lì come fossi una bestia o un qualche tipo di oggetto di inutile utilità, nella speranza che la comunità cittadina non venisse mai a sapere della mia terribile condizione. Mio padre ogni tanto scendeva in cantina per lasciarmi gli avanzi dei loro splendidi pranzi e delle loro abbondanti cene, come fossi un cane.

Non ho idea del perché mi odiassero così tanto o del perché mi tenessero in vita. Forse non erano in grado di  fare i genitori o probabilmente, erano talmente malvagi da volermi torturare fino alla mia morte prematura.

Era inspiegabile il loro comportamento, perché era ovvio che, date le mie condizioni di salute alquanto terribili, non avrei vissuto a lungo. Eppure quelli che faccio fatica persino a considerare degli effettivi genitori, avevano deciso di farmi vivere nel dolore e nella disperazione quei pochi giorni che mi separavano dalla morte.

Ogni giorno provavo a scappare in qualche modo, cercando di portare con me anche Igor, Boris, Marjory, Hubert e Jeremy, ma non ci riuscii mai.

L'unica cosa che ottenni, nei miei fallimentari tentativi di evasione, furono percosse senza fine da mio padre. Ogni volta che scendeva in cantina era sempre ubriaco. 

I miei amici scappavano per timore di essere uccisi da quell'uomo che si comportava in maniera bestiale, più di quegli animali che consideravo amici, gli unici che mi stavano accanto e che volevano in qualche modo il meglio per me. 

Fu un giorno, ai primi di gennaio, che mio padre decise di regalarmi l'unico regalo che potesse concedermi, ovvero la pace.

Scese in cantina in condizioni orribili, totalmente ubriaco. Forse gli era successo qualcosa perché era incredibilmente arrabbiato, frustrato.

Decise di sfogarsi su di me. Mi picchiò con una brutalità e una forza tale che, per più di un istante, pensai che mio padre in realtà non fosse umano. Quando riversai l'ultima goccia di sangue e fui inerme a terra, senza più respiro, finalmente ne fu soddisfatto. 

Chiuse per l'ultima volta la porta della cantina a chiave e scomparve.

Gli animali uscirono piangendo, osservandomi in quello stato terrificante.

Col passare dei giorni avvenne qualcosa di strano. Era come se la malvagità dei miei genitori e in particolare quella di mio padre, avesse contagiato come fosse una malattia, persino i miei unici amici.

Si unirono in maniera compatta, incominciando a mangiarmi lo stomaco. 

Diventai la calda cuccia per le uova di Boris.

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