I — Il Presagio (72 ore all’attacco)

 

Il bambino sapeva dell’attacco. Non perché qualcuno glielo avesse detto: le parole erano entrate nella sua mente in sogno. Una voce aveva attraversato il silenzio, una voce antica come la terra gli aveva lasciato un numero nitido nella mente: tre giorni.
Da allora, ogni volta che apriva gli occhi, il mondo si trasformava in un enorme timer che contava a ritroso:

«Fra tre giorni, quando il sole cadrà sulla Linea Spezzata, Isigurco aprirà la sua fenditura e i robot-mostri invaderanno il pianeta.»

Camminava sulla strada, e quel serpente di pietra e polvere si allungava davanti a lui, come un invito o una trappola, e non seppe mai quale delle due fosse. La gente che non era più umana ma solo un eco di desideri altrui, lo seguiva in silenzio. Il bambino parlava loro, ma ogni parola si spegneva come una candela al vento.

Voleva guardarli dentro, uno per uno: quelli che vivevano senza sapere vivere, quelli che respiravano senza sentire l’aria, quelli che avevano occhi ma non vedevano. Il bambino li amava, e per loro aveva fatto sacrifici che non avrebbero mai saputo. Aveva portato doni che nessuno avrebbe ricordato, tracciato sentieri che loro credevano impercorribili.

Poi, un giorno, alcuni di loro capirono la sua mimica: la lentezza di chi osserva e la calma di chi sa vedere la verità. Tacquero. Non fecero più domande. Il bambino rimase solo con la sua verità e loro con l’ignoranza.

Il denaro lo maledisse subito. Poi lo accettò, come si accetta un gioco crudele a cui si è costretti. Per loro era pane, merce, vita. Per lui era solo un po’ d’argento. Una cosa che non toccava il suo animo, ma schiacciava gli altri come macigni.

Si chiese allora: perché nessuno vede che l’unica vera ricchezza è l’anima? Il governo del Sacerdote del Consumo nascondeva i pochi sopravvissuti come reliquie o minacce. Gli altri—la massa infinita—camminavano come robot in un paesaggio deserto.

Il bambino li osservava e capiva: vivere però è altro. Vivere è risplendere, è spargere i semi della propria anima infinita. Gettarli come polline in attesa del raccolto. Non importa se germoglieranno, se daranno vita ad altri infelici, altri eterni conformisti. Vivere è donare la propria ricchezza alla terra.

Camminando tra persone comuni, impiegati e operai ridotti a numeri, percepiva il loro lamento: un mormorio monotono, simile al pianto sommesso di un animale ferito.

Capì quale era il bluff del Sacerdote del Consumo: la creazione di una realtà fittizia in cui si finisce per credere. 

Perciò decise che ciò che produceva era parte della sua anima, un dono autentico e non commerciabile.

Il mondo poteva comprarlo? No.
Ma forse qualcuno avrebbe imparato a guardarsi dentro, grazie a lui.

Fu allora, proprio allora, che cominciò il racconto. Ogni strada può diventare un varco. Il bambino attraversò quel varco senza accorgersene, come chi entra lentamente in un sogno.

Il cielo era basso e le case tacevano, come se i loro abitanti fossero svaniti. Eppure, lui percepiva ancora i loro pensieri, ammassati gli uni sugli altri, e ovunque avvertiva il tanfo della loro paura. Ad un certo punto apparve una figura.
«Tu che scruti dentro gli uomini… perché cammini tra noi?»

Il bambino sorrise. Non era un sorriso di sfida né di pietà: era il sorriso di chi conosce già la domanda prima che sia formulata.
«Perché voi non sapete cercare voi stessi», rispose. «E allora seguite me.»

«Noi non cerchiamo. Noi consumiamo. E tu non ti lasci consumare.»
«No, perché non voglio morire… come voi… voi eravate pieni di anima ed ora siete dei morti viventi… perché?».

Tutti guardarono il bambino, ma lui sapeva che le sue parole erano incomprensibili a tutti. 

Allora accadde qualcosa: dal terreno cominciarono a spuntare piccole luci. La figura si chinò e toccò una di quelle luci.
«Che cos’è questo?» chiese.
«Sono ciò che non siete più… è vita.»

Le luci pulsavano. La figura si ritrasse lentamente.

E in quel momento vide che era una bambina.
«E adesso?» domandò.

Il bambino fissò l’orizzonte.
«Adesso si continua», disse. «Il racconto non finisce qui… quando qualcuno impara a vedere… e tu hai visto queste luci, forse puoi cambiare, ma dovrai seguirmi.»

E così lei lo seguì. Camminarono insieme.
Il bambino avanzava con passo lento, perché la lentezza è l’unico modo in cui le cose possono davvero accadere. Pur sapendo che il tempo era poco, doveva trasmettere agli altri qualcosa di essenziale, e solo con la calma avrebbe potuto riuscirci: dovevano ricordare l’anima che portavano dentro, un’anima che aveva bisogno di pazienza per tornare alla luce.

Un gruppo di figure emerse dall’oscurità: uomini e donne dagli occhi lividi, le mani serrate attorno a oggetti.
Si fermarono davanti a loro.
«Che sono queste luci?» chiese uno. La sua voce era monotona e stanca.
«Sono ciò che avete smesso di desiderare…» rispose il bambino.
«Non ci serve altro,» disse un’altra figura. «Abbiamo già il necessario.»
Sorrise, ma il suo non era un sorriso di scherno: era un sorriso triste.
«Il necessario,» disse il bambino, «non vi serve. Vi serve il possibile.»
«Accendono qualcosa dentro…» mormorò qualcuno. «Non lo voglio.»
E si coprì gli occhi con le mani, per non vedere.

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