“Diz que deu, diz que da’, diz que Deus darà”

 

Le voci un po’ gracchianti di Caetano e Chico, provenivano da una vecchia radio distrattamente collocata su uno dei tanti balconcini, in uno dei numerosi vicoli di quel gigantesco agglomerato urbano chiamato “Rocinha”.

Un girone dantesco al contrario dove chi tentava di raggiungere la vetta, veniva catapultato direttamente all’inferno. Un’umanità regolata dalla certezza del disagio, da una povertà definitiva e da un’emarginazione che si trasformava, giorno dopo giorno, in un senso di appartenenza a quel luogo, da difendere con orgoglio, cosa che sembrava paradossale.

La “Rocinha” sembrava un castello di carte: un solo soffio di vento e sarebbe crollato tutto. Invece si continuava a costruire. Muretti di mattoni e lamiere colorate diventavano un unico condominio rumoroso, dove la vita di famiglia era uno spettacolo quotidiano da condividere.
Voci, rumori e odori si mescolavano, era questa carica di umanità ad alimentare quel mondo parallelo. Vicoli sempre più stretti e angusti s'inerpicavano sulla collina, dove cavi elettrici come vene scoperte si intrecciavano ad alimentare un unico informe e famelico mostro.
I più poveri, gli ultimi arrivati, salivano sempre più in alto ma non per godere di panorami ostentati con fierezza. Era la conquista di qualche metro quadrato di spazio a suggellare l’integrazione in quell’orrore.
La parte bassa, quella più “urbanizzata”, sembrava invece di una normalità quasi tollerabile. Piccole autofficine ricavate tra le case, alcuni bar improvvisati per offrire bevande e snack rifocillanti, un negozio di alimentari e l’immancabile mercato rionale. C'era anche una piccola e unica scuola dove ragazzi di tutte le età provavano a sfuggire a un destino segnato.
Ero rimasto affascinato dal racconto di altri viaggiatori con i quali avevo trascorso la serata precedente.
Avevo quindi deciso di sfidare i pericoli di una “gita” in quella zona e, grazie all'intercessione di una locale guida turistica, mi era stato fissato un appuntamento per la mattina successiva.
L’incontro sarebbe avvenuto alla stazione dei bus che terminavano la loro corsa proprio all’inizio della favela.
Mi trovai spettatore di quella sorta di teatro stabile dell’umanità, cercando di evitare l’impatto con motorini più o meno in regola, auto dalle carrozzerie fantasiose, ciclisti poco avveduti e pedoni ormai rassegnati al caos. Il mio “Virgilio” era lì ad attendermi, dovevo solo attraversare la piazza. Paulinho, così disse di chiamarsi, era poco più di un adolescente, nato e cresciuto alla Rocinha e, in cambio di qualche dollaro “raccontava” a modo suo la storia e i personaggi del posto.

Un violento strattone però mi fece sobbalzare all’improvviso. Fui colto di sorpresa e con sgomento mi accorsi che la mia fotocamera era sparita.

Provai a cercare in quella folla, ma accettai con un certo disappunto l’idea di dovermi accontentare del racconto e delle suggestioni visive che l’escursione mi avrebbe sicuramente regalato.
Le foto? Pazienza…

La guida aveva visto tutto ma si strinse nelle spalle e, con espressione maliziosa, sembrò scambiare un gesto d'intesa con un invisibile interlocutore.
Volli comunque concentrarmi sul mondo circostante.
Alcuni ragazzini avevano organizzato un'inevitabile sfida calcistica, con un campetto creato in un’area abbandonata tra le baracche. Due porte improvvisate, nessuna riga di campo, maglie diverse per i giocatori alcuni dei quali erano a piedi nudi… Un'anarchia calcistica dove tutti si muovevano in armonia con il pallone, come guidati da una predisposizione atavica per quello sport. Per un attimo mi sentii uno scopritore di talenti che attendeva con ansia il successivo dribbling o l’ennesimo calcio verso una porta.
Paulinho mi riportò alla dura realtà e quasi mi trascinò a visitare la loro “Escola de Mùsica”. C'erano tamburi di scatole in latta, un paio di chitarre dalla provenienza sospetta, una vecchia tastiera giocattolo e il coro di voci, tutto lì… Bambini e ragazzi però, concentrati sui quei pochi strumenti, seguivano con attenzione le direttive del maestro. 
Dopo ci regalammo una sosta rinfrescante in un bar che di certo aveva vissuto tempi migliori, ma che aveva un angolo rilassante con un tavolino dove sorseggiammo il nostro bicchiere di chopp, una birra non pastorizzata messa in barile invece che in bottiglia.

Poi riprendemmo a salire per vicoli minuscoli divisi da passaggi appena praticabili, dove la promiscuità era un punto di forza, mentre igiene, decoro e ordine, restavano concetti astratti e mai contemplati.
Tra una lamiera e l'altra, una matassa di panni stesi e immancabili antenne TV, mi trovai in un dedalo inestricabile di catapecchie tutte uguali e solo grazie a Paulinho, raggiunsi la sommità.

Il Morro Dois Irmãos, la Collina dei Fratelli, mi apparì improvvisamente in tutta la sua straziante unicità.
Il presepe vivente, la favela, si adagiava su entrambi i  versanti, permettendo una vista sui grattacieli dei quartieri ricchi erti per quei turisti che si godevano anche le meravigliose spiagge limitrofe.
Il mondo “normale” voleva nascondersi dalla Rocinha.

Ripensai alla mia macchina fotografica e a quante immagini uniche avrebbe potuto fissare.
Se l'avessi avuta però, mi sarei limitato come un turista compulsivo a inquadrare luoghi e persone della zona, anziché coglierne l’essenza vitale respirando per un po' la stessa aria di chi la vive.

In un moto di gratitudine verso Paulinho, sperando di non risultare offensivo, estrassi dal portafoglio ben nascosto una banconota da cento dollari e gliela porsi.

"Muito obrigado por tudo” gli dissi.
Lui guardò la banconota, mi sorrise e mi abbracciò.

“Você é meu amigo” sussurrò e si dileguò in un attimo nei vicoli della sua favela.
La mattina dopo scesi nella hall del mio albergo a far colazione e venni informato della presenza di un pacco a me destinato. Incuriosito e insospettito, aprii la modesta scatola e con enorme sorpresa, trovai la fotocamera sottrattami il giorno precedente.

La accesi e restai senza fiato: qualcuno aveva seguito il nostro percorso, scattando decine e decine di meravigliose foto. Immagini di vicoli, donne e bambini, “Escola de mùsica”, partita di calcio, il bar e infine l'impagabile panorama dalla cima della Rocinha… Tutto ciò che avevo vissuto era stato immortalato.

Nella scatola anche un piccolo biglietto scritto con grafia incerta riportava una frase che non dimenticherò mai.

“Meu presente para voce. Na barriga da miséria… Eu sou do Rio de Janeiro”, ossia “Il mio regalo per lei. Dal ventre della miseria… Io sono di Rio de Janeiro”.

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