Luca trovava noiose le fiere di paese, con le giostre e le bancarelle dei dolciumi e dei giochi. Soprattutto la giostra dei cavalli che, fin da piccolo ma anche ora che aveva diciassette anni, l’aveva sempre inquietato.
Gli pareva che le teste dei cavalli potessero animarsi da un momento all’altro e che quegli occhi così buoni e quieti potessero improvvisamente accendersi di una luce sinistra. Ma era soprattutto qualcosa nell’aria a non piacergli delle fiere di paese: come una patina che si posava sui cavalli, sui sedili della giostra e sul piccolo baldacchino dello zucchero filato, dando a tutto una sensazione di stantio, come se provenisse da un secolo morto e sepolto.

Quella sera, però, decise che ci avrebbe dato comunque un’occhiata, anche solo per prendere un po’ d’aria.
Giulio e Mauro lo avevano invitato, ma lui si era inventato delle scuse perché voleva andarci da solo.

A dire la verità c’era anche un’altra ragione per cui, alla fine, decise di uscire.

Abbassò la maniglia della porta d’ingresso quando la voce imperiosa di sua madre lo chiamò.
Era di là, nel salotto, e stava guardando la televisione: vedeva i riflessi blu dell’apparecchio danzare fino alle pareti del corridoio.

«Luca, dove stai andando?» Il tono della voce tradiva una nota di rimprovero.
«Vado a buttare l’immondizia, mamma», rispose lui.

Prese il sacco nero accanto alla porta, la aprì e rimase un istante in attesa di una risposta che non arrivò.
Uscì e chiuse la porta dietro di sé.

Scese i gradini della scala esterna, aprì il cancello e buttò il sacco nel cassonetto. Tornò indietro, prese la bicicletta dal garage e si diresse verso la zona della fiera.

In quella parte del piccolo paese le case si diradavano fino a lasciare posto alla campagna. Sul piazzale di cemento c’erano alcune bancarelle e un paio di giostre: quella con i cavalli e  quella detta "calcinculo" con i seggiolini attaccati alle lunghe catene di ferro.

C’era molta gente e un sacco di bambini urlanti. Fece qualche giro in bicicletta, quasi per provare a se stesso che aveva ragione nel suo giudizio su quei luoghi.

Stava per andarsene quando vide, accanto alla baracca del tiro a segno, una piccola costruzione in legno che lo incuriosì per la lunga fila di persone ferme davanti all’ingresso.
Lesse l’insegna posta sopra la porta:

“Il barattolo magico – solo cinque euro”

Una piccola finestra accanto all’entrata fungeva da cassa per l’acquisto dei biglietti. Scese dalla bicicletta, che appoggiò a un albero, e prese dal portafogli i cinque euro.

Quando fu dentro, il buio era così fitto che stentava a vedere chi gli stava intorno. Se non fosse stato urtato inavvertitamente da qualcuno, avrebbe detto di essere solo.

Improvvisamente si accese una luce che illuminò un piccolo palco, sopra il quale faceva bella mostra di sé un barattolo.

«Signore e signori, benvenuti!» risuonò una voce.
«Prego, signori… si avvicinino.»

Luca si fece avanti insieme ad altri e vide che il barattolo conteneva un liquido lattescente.
Rimase in attesa che accadesse qualcosa: che dal barattolo uscisse una creatura, un clown, una maschera di Arlecchino… qualunque cosa. Ma non accadde nulla.

Luca, insieme agli altri, restò appoggiato a una specie di transenna a fissare la superficie del liquido ancora per diversi minuti. Il fluido rimaneva piatto e liscio, senza la minima increspatura.

«Tra poco vedrete la più grande attrazione del mondo!» annunciò di nuovo la voce.
Ma non accadeva nulla, e qualcuno tra il pubblico cominciò a dare segni di impazienza.

Dalle file dietro a Luca qualcuno iniziò a sbraitare:
«Buffoni, ridateci i soldi del biglietto!»

Fu il segnale che convinse anche gli indecisi.
In pochi minuti la sala si svuotò completamente.

In quel momento si aprì una porticina accanto al palco e ne uscì un nano vestito con i colori sgargianti di un pagliaccio. Cominciò a dimenare le braccia verso i pochi rimasti, cercando di convincerli a restare, ma senza successo. Poi tornò verso il palco con gli occhi bassi e le spalle cascanti.

Luca, in quel momento, era distratto da qualcosa che aveva visto comparire nel barattolo e per poco non si scontrarono.

«Ho visto due occhi fissarmi…» esclamò Luca.
«Quali occhi?» chiese il nano.
Luca indicò il barattolo.
«…di un essere lì dentro… guardi anche lei…»

Il nano si diede una manata sulla fronte, come se avesse ricordato solo allora qualcosa di importante.
«Ah, certo… che stupido… è la creatura!» disse, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Il nano si avvicinò al barattolo e lo sollevò leggermente, facendolo ruotare perché la luce ne accarezzasse il contenuto.

«È una nuotatrice eccezionale,» disse con tono professionale.

«Può rimanere immersa per ore senza risalire, senza respirare… o almeno, senza che ce ne accorgiamo.»

Picchiettò con un dito sul vetro. Il liquido si increspò appena.

Luca si avvicinò per guardare meglio il barattolo.
«Guardi, ora mi ha strizzato l’occhio… è una piccola donna!»

«Bella, vero?» chiese il nano con voce melliflua, avvicinandosi.
«Sì… molto bella…» mormorò Luca, fissando intensamente il barattolo.
«Se le interessa… è in vendita a cinquanta euro.»

Il nano aveva capito di avere davanti un pazzo. Ma con quel barattolo succedeva sempre così, anche se lui non vi aveva mai visto nulla.

Luca trasse dal portafoglio l’ultima banconota da dieci euro e la porse al nano, che non se lo fece ripetere due volte: l’afferrò e, in un attimo, chiuse il barattolo e lo mise tra le mani di Luca.

Poi gli diede una pacca sulla spalla.
«Caro ragazzo, hai fatto il più bell’affare della tua vita!»
E scomparve dalla porticina da cui era entrato pochi minuti prima.

Luca uscì dalla baracca stringendo il barattolo delle meraviglie e riprese la bicicletta.

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