Tornato a casa racconto tutto a mia moglie. Lei crede che io abbia comprato un altro tablet e la stia prendendo in giro. Quando capisce che non è uno scherzo, non dice niente, ma il suo sguardo esprime molto chiaramente il suo pensiero che è possibile riassumere in “ho sposato un idiota”. Sento di non poterle dare torto, ormai pentito dell’acquisto e in preda ai sensi di colpa per aver sperperato denaro.

Nonostante Marisa cerchi di non farmi pesare la mia ingenuità, chiudo l’acchiappasogni in un cassetto e vado a dormire un po’ imbronciato con il proposito di riportarlo al negozio e farmi rimborsare. Non riesco ad addormentarmi, mi giro e mi rigiro nel letto pensando al nuovo acquisto, per cui decido di recuperarlo, mentre mia moglie dorme, e lo sistemo sotto il mio cuscino. Resto ancora sveglio per un breve lasso di tempo, poi mi prende la stanchezza e mi addormento. 

Al mattino dopo mi sveglio in uno stato di agitazione, come se avessi litigato con qualcuno o avessi avuto un grosso contrasto. Appena solo in casa, accendo l’apparecchio tibetano e premo il tasto play con una certa apprensione, curioso di sapere se Sherab mi abbia imbrogliato. Dopo un breve iniziale formicolio sullo schermo, sufficiente però a confermare le mie più pessimistiche previsioni, sorprendentemente appaiono le immagini di una banca. Regolo il volume per ascoltare meglio quella che riconosco essere la mia voce e quella di un'altra persona: sono io che contesto al direttore un grosso ammanco sul mio conto corrente. Ovviamente quella non era la mia banca e quel direttore non l’ho mai incontrato. Per scrupolo, controllo il conto e verifico che tutto sia in ordine. Decido di mantenere segreto con mia moglie il funzionamento dell’acchiappasogni, a costo di dover sopportare a vita i suoi sorrisini ironici e le sue battutine.

In seguito l’ho provato ancora e ho scoperto che il me notturno non ha la vita movimentata che credevo. Una notte però accade qualcosa di diverso: l’ho visto vagare per le strade deserte di una città sconosciuta, con grandi palazzi in pietra di tufo e piperno, templi e statue in marmo. Lo Stefano notturno si aggira guardingo e, come se volesse far perdere le sue tracce, entra in un negozio con più ingressi per uscirne subito da un’altra parte. Prende un taxi, percorre pochi chilometri, paga in fretta l’autista e si allontana velocemente, infine si incontra con una donna all’ingresso di un hotel che ha tutto l’aspetto di un albergo a ore. Mi sembra di riconoscere la donna, ma non si vede mai in volto. Alla reception lo salutano chiamandolo per nome e gli danno la chiave della stanza numero 50.  Una volta in camera la donna si gira per baciarlo e mi accorgo che è Marisa, mia moglie. Resto confuso: contento di esserle fedele anche nei sogni, ma col dubbio se quello di Marisa con il me notturno, si può considerare tradimento.

La registrazione viene disturbata da interferenze e la visione s’interrompe.

 Sento le note di Here comes the sun dei Beatles, che ho adottato sullo smartphone come sveglia, mi alzo e spengo la suoneria. Ancora mezzo addormentato cerco l’acchiappasogni sotto il cuscino, ma non lo trovo. Mi allarmo e ho un principio di ansia. Marisa dorme ancora. Se l’avesse preso lei me ne sarei accorto. Controllo tra le lenzuola, a terra e nello spazio tra il materasso e la testata del letto, nel caso fosse scivolato. Niente da nessuna parte. Sempre più allarmato mi vesto in fretta, esco da casa senza fare colazione e senza svegliare Marisa. Mi reco in via Giuseppe Pinetti, cerco il negozio di Sherab, ma non lo trovo. Al suo posto, al numero 86, c’è una rivendita di cannabis light gestito dal sosia di Ziggy Marley. Vedo lì vicino una panchina, ne approfitto, ho bisogno di sedermi. Realizzo che, per la prima volta, ho ricordato perfettamente un sogno; mi sento come se avessi assistito ad un film di Steven Spielberg.  Un velo di delusione mi avvolge, ma dico a me stesso che in fondo è meglio che io viva la mia vita e il mio inconscio faccia la sua. Accendo una sigaretta e intanto, imitando la voce di E.T. dico “Telefono casa” e chiamo mia moglie “Pronto Marisa, non hai niente da confessarmi?”

NOTE:

Giovanni Giuseppe Bartolomeo Vincenzo Merci, conte di Willedal, in arte Joseph Pinetti de Mercì, è stato un artista e illusionista italiano ed è considerato il più grande prestigiatore del XVIII secolo. Fonte Wikipedia – Ovviamente nessuna strada è a lui dedicata.

Il numero 50 nella smorfia napoletana, tra le altre cose indica il sogno

Il numero 86 ‘A puteca – il negozio

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