Sabina ormai capiva dalla pesantezza dei passi e dal tono più o meno cavernoso della voce se si sarebbe dovuta preparare al solito silenzioso linciaggio. Saverio sapeva bene dove e come colpire senza lasciare segni visibili. 

La polizia penitenziaria lo aveva liquidato con una generosa buona uscita pur di allontanarlo. Non era mai riuscita a provare le sue violenze contro i detenuti. D'altronde era stata l'osservatrice del carcere, e non le vittime, a insistere per l'apertura di un'indagine, indagine frantumata rapidamente contro il muro di omertà dei colleghi e dalla paura dei detenuti. Saverio aveva saputo parcellizzare al massimo la rinuncia a querelare per calunnia e diffamazione. Ricordava le obiezioni risentite della osservatrice nel vederlo sfilare gongolante fuori dal carcere il giorno della timbratura del suo ultimo cartellino. Dopo alcuni mesi era stata costretta a trasferirsi per motivi di sicurezza. Le era stato infatti riferito che un uomo si aggirava nei pressi della scuola del figlio, osservandolo con sospetta insistenza. Era un pedofilo a cui “qualcuno” aveva fatto pervenire l'indirizzo dell'istituto. Lei sapeva che il responsabile era Saverio ma non poteva dimostrarlo, si sarebbe divertito a giocare con lei come il gatto col topo per poi straziarla con crudeltà. Era un sociopatico anaffettivo e narcisista, nessuna sofferenza lo avrebbe mai ripagato dell'affronto subito. L'operatrice si mise in salvo trasferendosi senza lasciare tracce. 

Sabina invece non poteva, aveva perso il lavoro e dipendeva da lui. 

Per fortuna Saverio passava poco tempo in casa. I suoi vecchi colleghi lo avevano convinto ad accettare il lavoro di addetto alla sicurezza in un centro commerciale. Aveva accettato non per soldi, ma perché lo eccitava terrorizzare ladruncoli e poveri diavoli. 

Quel giorno, a casa, quando varcò la soglia della cucina, lei gli sorrise imbarazzata. 

La fissò con il solito sguardo freddo e inespressivo da predatore, le labbra assottigliate in un sorriso crudelmente sarcastico. La sapeva terrorizzata e godeva della sua paura.

«Amore mio!» Urlò infine dilatando gli occhi e correndo verso lei con braccia protese. 

Sabina urlò per il terrore e lui si bloccò. Rimase ad osservarla con sguardo glaciale per un tempo che a lei parve infinito. 

Era il preludio. 

Le sembrò che nella stanza la temperatura si fosse abbassata di venti gradi e l'aria avesse smesso di muoversi.

Passarono pochi secondi che sembrarono ore, poi iniziò a irriderla e canzonarla. Il terrore si sciolse in un pianto isterico. Lui la sfotteva con ululati scagliati verso il soffitto. Poco per volta i singhiozzi affannosi scemarono in lacrime sommesse e parole impercettibili. 

Saverio l'afferrò per la collottola e la baciò con vigore. 

«Bella la mia zoccola!»

Poi  mollò la presa e si diresse con ampie falcate verso l'uscita.

«Vado.» 

«Torni per pranzo?» Domandò Sabina con voce tremolante.

Lui rimase immobile sulla porta continuando a fissarla.

«Io torno sempre!» Esclamò infine con un sorriso da clown psicopatico e uscì lasciandola in un silenzio assordante.

Giunto al lavoro iniziò ad aggirarsi discreto nei corridoi monitorando la clientela. Poi vide la "furbetta di turno" al bancone di un bar. 

Era una donna canuta e avvizzita che, approfittando della distrazione del barista, aveva sottratto due barrette di cioccolato imboscandole nella tasca del cappotto.

Saverio si avvicinò bisbigliandole nell’orecchio: «Ti ho visto.»

La donna si voltò. 

«Cosa?»

«Le barrette... Ti ho visto.» Ripeté ad alta voce.

Il barista si voltò di scatto. «Che succede?» 

Lei iniziò ad avvampare.

«Questa tizia ti ha rubato due stecche di cioccolata.»

Il barista la osservò. 

«È vero?»

«Assolutamente no!» Rispose imbarazzata mentre un capannello di persone si formava attorno.

«Perché non ci fai vedere cosa hai nella tasca allora?» Domandò Saverio.

La donna scosse il capo e tentò di aprirsi una breccia nella folla. 

Una mano la respinse facendole perdere l’equilibrio. Cadde picchiando la testa su una delle sedie in metallo del bar. Una chiazza di sangue apparve sulla canuta capigliatura e la cioccolata scivolò fuori dalla tasca del cappotto.

«Guarda!» Urlò un bambino additandola.

Le persone iniziarono a inveirle contro. Qualcuno tentò persino di darle un calcio. Lei iniziò a piangere e urlare.

«Ho la minima e avevo fame…»

La risposta del capannello fu unanime.

«Non ci interessa nulla, sei una ladra maledetta!»

Dopo alcuni minuti arrivarono due agenti di polizia lì di presidio. Accompagnata da fischi e insulti, venne condotta via in lacrime e la “preziosa” refurtiva restituita al barista. 

Quando chiesero come si fosse procurata la ferita, tutti i presenti risposero che era scivolata. Saverio venne acclamato dalla folla come un eroe. 

Una delle signore incalzò suo figlio: "Guarda Annibale, guarda quel signore e impara. Da grande dovrai diventare come lui."

Saverio sorrise producendosi in un inchino plateale e lei applaudì con lo stesso entusiasmo di un bambino davanti allo zucchero filato. Tutti lo idolatravano per quell'atto di bullismo.

A pochi chilometri di distanza, Sabina decideva che la sua unica via di fuga, l'uscita di emergenza, sarebbe stata ingoiare un'intera confezione di barbiturici.


 


 

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