Il vapore denso e l’odore acuto del bitume fresco salivano in spire grigie verso il cielo notturno. Sotto la luce cruda dei fari da cantiere, un gruppo di operai lavorava alacremente per sistemare la strada, stendendo pezze di catrame e sigillando le crepe dell'asfalto. Muovendosi a ritmo serrato nel fumo, con le tute da lavoro e i volti segnati, la velocità e la singolarità dei loro gesti coordinati li rendeva simili ad un’insolita compagnia di menestrelli impegnati in una danza bizzarra.

Nel frattempo, a poca distanza, nel buio pesto di una cantina chiusa dall'esterno, un bambino di nome Kael conosceva soltanto il freddo del pavimento di cemento, il peso della catena che gli serrava la caviglia e il silenzio interrotto solo dalle voci dei suoi genitori. Gli avevano ripetuto fin dalla nascita che la sua pelle chiara e flaccida, i suoi tratti deformi e il suo corpo sgraziato erano la prova di un grave errore di natura. Gli avevano insegnato che lui era un mostro, un “esseraccio” destinato all'oscurità per non contaminare il mondo "buono e bello" che si trovava al di là della pesante porta in cima alle scale. Kael accettava le percosse, il digiuno e l'isolamento come una condotta giusta, convinto che la sofferenza fosse la sua sola condizione naturale. 

Quella sera, però, accadde qualcosa. Durante il quotidiano tentativo di bere, la vaschetta dell'acqua si rovesciò. Nessuno se ne accorse e , dopo un po', tormentato da una sete insopportabile, Kael tirò la catena al limite della sua portata. Tese i muscoli con disperazione e l'anello di ferro ancorato al muro, roso da anni di umidità, cedette con un colpo secco. 

Era libero. Improvvisamente, inaspettatamente libero. Kael salì a stento i gradini ed entrò per la prima volta al piano di sopra. Nell'oscurità della cucina, tentò di allungare la mano verso una tazza appoggiata sul lavello, ma afferrò per sbaglio una pila di piatti che rovinò a terra infrangendosi con clamore. 

Il padre, svegliato dal fracasso e furioso nel vedere che il "mostro" aveva violato i confini della sua prigione, irruppe nella stanza con un coltello da cucina e, senza esitare, lo colpì con violenza alla schiena. 

Sopraffatto da quel dolore improvviso e sconosciuto, Kael usci dalla porta lasciata socchiusa, trascinandosi lungo la via e lasciando dietro di sé una scia di sangue sul marciapiede. 

Con la vista ormai appannata e le forze al lumicino, Kael notò i bagliori e le nuvole di vapore del cantiere stradale. Avvicinandosi, scorse attraverso la nebbia del bitume quelle figure scure, coperte di fuliggine e immerse in movimenti veloci e ritmici. Nella sua totale ignoranza del mondo — non avendo mai visto nessuno al di fuori dei suoi aguzzini e della cantina — il bambino scambiò gli operai per esseri simili a lui. Pensò che quelle sembianze uniche e quei gesti insoliti fossero la caratteristica dei suoi veri fratelli e che quello fosse finalmente il luogo accogliente a cui apparteneva. 

Raccogliendo l'ultimo respiro, Kael fece gli ultimi passi e si lasciò cadere tra le braccia di uno degli operai, rimasto impietrito per la sorpresa. Stringendosi a lui con un sorriso di pura gratitudine, Kael sussurrò le sue ultime parole:

«Amico» e spirò.

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