La chiave fece il suo solito suono metallico per far scattare la serratura della porta. Annalisa rientrò in casa, c’era buio e silenzio, la vita che la abitava si era abbandonata al sonno. Era decisamente più tardi dell’ora alla quale era solita rientrare dal lavoro per abbracciare forte il suo cucciolo dopo una giornata lontano e accompagnarlo nel mondo dei sogni raccontandogli una favola a bassa voce.

Lasciò le borse in cucina e si avviò nella penombra verso la camera. Il suo bambino dormiva sereno, il respiro lento e placido di chi ancora sogna solo cose belle.

Si sedette in terra accanto al lettino a cancelli, prese la manina del suo cucciolo e iniziò a raccontare la sua storia di quella sera, quasi a volersi giustificare con lui del fatto di aver lasciato che dovesse addormentarsi senza averla vicina.

“Sai topolino dolce, la mamma è tornata tardi stasera perché ha incontrato una persona che aveva bisogno del suo aiuto. Stavo andando verso la macchina dopo aver chiuso il negozio e aver finito di lavorare e mentre camminavo sul marciapiede ho visto un signore aggrappato ad un cestino della spazzatura che barcollava e non riusciva a stare in piedi. Non era tanto giovane, era un signore anzianotto, più o meno come il nonno, sai? E non riusciva a stare in piedi. Doveva essere un tossico, in botta piena dopo la sua dose serale di eroina, consumata sui marciapiedi puzzolenti ai margini delle luci natalizie dei negozi del centro. Tu non lo sai cos’è un tossico, forse lo capirai un giorno e mi auguro che tu non arrivi mai ad essere una persona superbamente giudicante, ma solo umilmente comprensiva. Perchè ci sono tante persone che non si vogliono bene al punto da farsi del male, come se facendosi del male trovassero l’unica strada possibile nella loro anima per stare bene. E allora si fanno del male. E questo signore, che poteva essere il nonno, non stava bene. Io l’ho visto da lontano, ciondolante, le gambe molli, parlava parole sconnesse al muro. Chissà cosa diceva, chissà con chi credeva di parlare. Ma avevo paura che cadesse e si facesse male o che, perdendo i sensi, per la troppa roba marcia infilata nelle vene, finisse per morire di freddo, da solo, lì, abbandonato sul marciapiede. E allora non mi sono avvicinata, non gli ho parlato, perché non ero sicura di come potesse reagire vedendo me che disturbavo i suoi sogni distorti o affollavo di più i suoi incubi chimici, però ho continuato a tenerlo d’occhio, oltrapassandolo. Se fosse caduto lo avrei soccorso. Ho chiesto ad un paio di persone che ho incontrato sulla medesima via se lo conoscessero e se potessero fare qualcosa per lui. E sai cosa mi hanno risposto? ‘Signora, ma non lo vede che è un tossico? Lo lasci perdere. Vada a casa.’ Ma io non ce la facevo a lasciarlo lì da solo. Volevo tornare da te, sai? Ma non potevo lasciarlo lì da solo. E allora ho chiamato l’ambulanza. Mi hanno risposto che sarebbero arrivati di lì a poco e mi hanno chiesto di stare lì perché potessi indicarglielo quando sarebbero arrivati i dottori a prendersi cura di lui. Mi hanno detto anche di seguirlo da lontano, nel caso si fosse allontanato barcollando da quel cestino che sembrava essere l’unico suo appiglio alla vita, perché almeno avrei saputo indicare loro dove era andato e lo avrebbero trovato. Ci hanno messo mezz’ora ad arrivare. E’ tanto tempo per stare al freddo, ad un angolo di strada, a guardare una persona che si sente male e impreca al muro la sua disperazione. Un paio di volte si è accasciato, stavo per avvicinarmi, avevo paura di doverlo fare davvero. Ma poi ogni volta, aggrappandosi al cestino si rimetteva in piedi. Quando sono arrivati i dottori con l’ambulanza, mi hanno chiesto cosa avessi visto e come si fosse comportato quel signore che poteva essere il nonno. Si sono avvicinati, gli hanno parlato, lo hanno sostenuto perché camminasse verso il lettino per poi metterlo sull’ambulanza e portarlo all’ospedale. Uno dei dottori si è avvicinato a me scuotendo la testa. Aveva gli occhi tristi, sai? Mi ha detto ‘Grazie signora, adesso ci pensiamo noi, passerà la notte in ospedale, ma domani sera sarà qua di nuovo, ancora pieno di eroina nelle vene, finché non arriverà la sera giusta. Ma non è stasera, adesso è con noi. Grazie.’ Poi sono saliti tutti, hanno acceso i lampeggianti e la sirena che a te piace tanto sentire e sono andati via. Così la mamma è potuta correre da te. Sono arrivata tardi, ma dovevo aiutarlo, dovevo fare la cosa giusta. Per quel signore che sembrava il nonno. Dovevo fare la cosa giusta per me...e anche per te.”

Mentre Annalisa stava pronunciando sottovoce le ultime parole sussurrate della sua storia della buonanotte, la figura di sua madre si stagliò controluce nella lama illuminata dalla lampadina gialla del corridoio.

“Ho dovuto metterlo a letto io, te non tornavi. Dove diavolo sei stata finora?”

“Mamma, mentre stavo per tornare ho trovato una persona in difficoltà, era un tossico, si stava sentendo male, non potevo lasciarlo lì da solo. Ho aspettato che arrivasse l’ambulanza.” Rispose Annalisa, cercando di mantenere basso il volume della conversazione che aveva l’idea di non essere particolarmente cordiale, come sempre accadeva con sua madre.

“Ma per quale accidenti di motivo non lo hai lasciato stare? Ma che t’importa? Era un tossico!”

“Mamma”, rispose Annalisa, “era un uomo, e aveva bisogno di una mano. Io gliel’ho data.”

Sua madre stizzita si tolse dalla luce e ciabattò veloce verso camera sua.

Annalisa, posò un bacio leggero sulla fronte del suo bambino, che tirò un respiro lungo e rilassato.

Si svestì nella penombra, senza accendere la luce e si sdraiò nel letto accanto al lettino con le sbarre. Nessuno forse avrebbe capito il suo stato d’animo, ma per lei quella sera sarebbe stata una sera da ricordare nella sua vita, una di quelle sere in cui ti rendi conto di aver fatto la differenza per qualcuno. Una persona in difficoltà, una mano tesa, una notte in più. Poteva essere suo padre.

 

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