F.C. non aveva mai prestato attenzione alla musica leggera. Non sapeva chi fosse Luigi Tenco e non aveva nemmeno seguito il Festival di Sanremo, ma il suicidio del giovane cantautore l'aveva colpita profondamente. Ogni notte, F.C. lo sognava e raccontava al marito, un operaio che la sera rincasava sfinito dal lavoro, di sentire la sua voce che la chiamava. L'uomo non capiva e le rispondeva: «Ma pensa, hai tre figli».

In casa F.C. non aveva il giradischi, così andava al negozio di musica del paese vicino per ascoltare le canzoni del suo “amore”. Rapita, commossa, le faceva suonare e risuonare e i proprietari, pazienti, l’accontentavano.

Erano passate sette settimane dalla morte di Tenco e i giornali avevano smesso di parlarne, ma l’infatuazione della donna invece di diminuire, aumentava. Anzi, il fatto che non si parlasse più di lui la sconvolgeva: «Ecco, lo hanno già dimenticato. Il mondo è senza cuore».

Era persino andata da un fotografo a chiedergli un fotomontaggio in cui lei e Tenco apparissero vicini. E continuava a dire al marito: «Anche questo notte l'ho sognato, mi chiamava». In molti sapevano di questa sua ossessione, ma nessuno immaginava fino a che punto fosse grave. Un giorno, uscendo dal solito negozio dove aveva ascoltato per l’ennesima volta “Ciao, amore, ciao”, F.C. incontra un amico e ridendo gli dice: «Sai, martedì sera voglio fare uno scherzo a mio marito. Per favore, scrivimi quello che ti detto». Su un foglio di carta a quadretti il ragazzo riporta fedelmente il messaggio senza sospettare nulla: «Mi uccido. Io muoio. Dite a mio padre che mi seppellisca a Ricaldone, dove hanno sepolto Tenco. Amo Luigi Tenco. Ciao a tutti». Il biglietto verrà trovato a poca distanza dal cadavere appeso a una corda fissata alla porta-finestra.

I Carabinieri raccolgono dal pavimento una bustina con tracce di topicida. Più tardi l'autopsia accerterà che la donna aveva ingoiato il veleno ma, probabilmente, temendo che i famigliari arrivassero in tempo per soccorrerla, si era impiccata.

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