Era la fine del giorno.
L’effimera guardava il sole affogare a poco a poco nella parte opposta dello stagno.
Sarebbero morti assieme, lui e il sole, ma non se ne lamentava.
Aveva avuto una vita lunga e felice, una compagna bella e amorevole e molti figli attraverso i quali sarebbe sopravvissuto.
Ricordava le prime ore del mattino, le lunghe danze sul pelo dell’acqua e tra le erbe bagnate di rugiada, il fulgore del mezzogiorno (c’era da dubitare che quel sole, che si smorzava poco a poco, fosse ancora lo stesso), la frenetica attività del pieno pomeriggio, la grande carpa apparsa tra le canne (qualcuno diceva che fosse leggenda, ma lui no, lui sapeva che era vero), l’enorme nuvola che, a un certo punto, aveva gettato il mondo intero nel buio e la gioia che era esplosa quando il vento l’aveva allontanata e poi dissolta.
Aveva vissuto più a lungo di molti, divorati dai barbi che emergevano improvvisi dal fondo, o dai rondoni che sfioravano lo stagno e, subito dopo, tornavano in cielo.
Doveva essere contento, sì.
Eppure.
Eppure chissà se il sole moriva davvero oppure, come sognava qualcuno, andava a illuminare altri stagni, invisibili oltre l’orizzonte o se, addirittura, sorgeva di nuovo per poi morire ancora, e ancora, e ancora…
Chissà se lui, che era stato uovo, larva, ninfa, sarebbe stato qualcos’altro, immemore delle forme passate – magari qualcosa di simile agli sbuffi di polline che si libravano nell’aria sempre più fredda.
Nessuno lo sapeva.
Né lui né le altre, ultime effimere che si posavano stanche sugli steli incurvati.
Sentì il languore invaderlo e lo lasciò fare, come accogliendo un compagno gradito, mentre il sole tramontava del tutto.
Era la fine del giorno.

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