L’estate di Gigio

Era l’estate del 1984.
Io e il mio amico Alessio, detto Gigio, sì, lo so, come Gianluigi Donnarumma; chissenefrega, e comunque Alessio è arrivato prima, ingannavamo la noia delle calde e pigre giornate estive pedalando per Macerata con le nostre biciclette.

La scuola era finita da qualche settimana e, per qualche oscuro miracolo, ero stato promosso. Potevo quindi godermi un po’ di sano e meritato fancazzismo.

Non che ci fosse molto da scialare, a dire il vero. Ci si ritrovava a casa di qualche amico ancora in città, prima della partenza per la villeggiatura, parola ormai desueta, quasi archeologia linguistica per i ragazzi di oggi. Qualche partita a Subbuteo o a Risiko!, poi, quando il sole cominciava finalmente a perdere vigore, si finiva immancabilmente in qualche campetto a rincorrere un pallone, dando vita a partite interminabili che si spegnevano soltanto con l’arrivo del buio. A quel punto si tornava a casa di corsa, più che altro per evitare che i nostri genitori, ormai in allarme, si convincessero davvero a denunciare il rapimento del figlio minorenne.

Niente PlayStation, niente cellulari, niente mondi virtuali.
Bisognava usare parecchio la fantasia per divertirsi. Ma quella, fortunatamente, a noi, generazione cresciuta a pane, Nutella e Capitan Tubasa non è mai mancata.

Quel giorno faceva un caldo feroce e la noia ci stava divorando. Così io e Gigio pedalammo fino a un piccolo laghetto, dove qualche volta i ragazzi più grandi ci avevano portato a pescare.

Non che sapessimo pescare, intendiamoci. Ma quando un ragazzo più grande ti coinvolgeva in qualcosa, tu non potevi certo tirarti indietro. Era quasi un’investitura solenne. Il giorno dopo te ne saresti vantato con tutti, a scuola o al campetto, suscitando invidie, ammirazione e qualche rancore.

Arrivati in riva al laghetto, lo trovammo desolatamente deserto.

L’acqua, ferma e vagamente putrida, emanava un odore cattivo di vegetazione marcia.

«Me lo ricordavo meglio», disse Gigio, quasi parlando a sé stesso.

«Io qui il bagno non me lo faccio manco morto. Sembra una fogna», aggiunsi, indicando quella pozza stagnante.

Posammo le biciclette a terra e ci sedemmo sull’erba, una decina di metri più in là. L’ombra degli alberi regalava un filo di brezza, abbastanza da spingere lontano almeno il puzzo dell’acqua.

Io cominciai a scavare distrattamente nella terra con un bastoncino. Gigio invece sembrava assorto, quasi grave.

A un certo punto sbottai:

«Oh… ma di che volevi parlarmi? Quando mi hai chiamato sembrava una cosa importantissima.»

Gigio sorrise.

Forse perché, quando si hanno otto anni, qualsiasi cosa è importantissima.

È importante scegliere con quale squadra affrontare un torneo di Subbuteo.
È importante decidere a quale cabinato buttare i gettoni in sala giochi.
È importante persino stabilire quale cartone guardare il pomeriggio.

A otto anni ogni scelta è sacra. Definitiva. Quasi religiosa.

Gigio allora si voltò verso di me, assunse un tono solenne e disse:

«Ci ho riflettuto molto… e credo davvero che tu dovresti metterti a tifare la A.S. Roma. Come me.»

Tacque.
Aspettando la mia reazione.

Che però non arrivò.

Rimasi impassibile, serafico, continuando a giocherellare col mio bastoncino.
Ancora oggi non ho capito se si aspettasse un’esplosione di rabbia o una valanga di parolacce.

Io, dentro di me, cercavo solo di capire per quale misterioso motivo avesse sentito il bisogno di sparare una minchiata simile.

Qualche giorno prima gli avevo mostrato orgogliosamente le foto di una trasferta a Pisa con mio padre e i miei fratelli. Gli avevo raccontato, con enfasi quasi epica, di oltre ventimila tifosi della S.S. Lazio scesi in Toscana per spingere la squadra verso la salvezza.

Certo, a dirla tutta, al Pisa bastava accompagnare la propria retrocessione, mentre a noi serviva solo un punto per restare in Serie A.

Nulla di clamoroso.

Eppure, per un bambino di otto anni, quella giornata era stata come una finale di Coppa dei Campioni.

Ricordo ancora Giorgio Chinaglia e Juan Carlos Batista abbracciarsi sotto la curva.
Ricordo le lacrime di Long John.
Ricordo la sua promessa:

«Vi giuro che non soffriremo più così.»

Promessa meravigliosa. Tragicamente disattesa.
Ma questa è un’altra storia.

Gigio interpretò il mio silenzio come una crepa. E partì all’attacco:

«Ma tra la Roma e la Lazio non c’è paragone! Un anno fa abbiamo vinto lo scudetto, quest’anno siamo arrivati secondi, abbiamo vinto la Coppa Italia, siamo arrivati in finale di Coppa dei Campioni… abbiamo Bruno Conti, Paulo Roberto Falcão, Roberto Pruzzo, Toninho Cerezo!
Voi non avete nessuno!
E poi il nostro inno lo canta Antonello Venditti!
La Roma è la squadra della città! La Lazio… del Lazio!»

Quelle stesse sciocchezze, incredibilmente, le avrei sentite ripetere per tutta la vita.

Come se la squadra del cuore si scegliesse per convenienza.
Per i trofei.
Per i campioni.
Per moda.

No.

Quella è roba da collezionisti di vittorie. Non da tifosi veri.

Quando finalmente parlai, fui spietato:

«Gigio, a me i vostri colori fanno sinceramente schifo: sembrano cacarella di piccione.
Bruno Conti e Roberto Pruzzo li detesto cordialmente.
Paulo Roberto Falcão e Toninho Cerezo sono forti, ve lo concedo. Un po’ ve li invidio pure.
Ma io mi tengo i miei.
Antonello Venditti non mi piace, mi tengo Tony Malco.
E la vostra curva? Mai nella vita. Io non cambierei la Nord neanche per tutto l’oro del mondo.»

Poi caricai il colpo finale:

«E comunque la Coppa dei Campioni l’avete persa in casa… ed è stato un bellissimo momento.»

Crudeltà infantile.
Pura.
Perfetta.

Mi alzai, presi la bicicletta, mi sistemai la frangetta e gli sorrisi:

«Sai che ti dico? Secondo me dovresti diventare Laziale.»

Gigio balzò in piedi:

«Non ci penso nemmeno! Siete una squadra di disperati!»

Lo guardai negli occhi.

E capii.

«Mi piace disperati», gli dissi.
«Perché voi non conoscerete mai la gioia dei disperati quando fanno fortuna.
Hai capito finalmente?
Io sono uno di loro.
E lo sarò per sempre.»

Montai in sella.

«Ciao Gigio.»

Non fu un litigio.
Il giorno dopo tornammo amici come prima. La vita riprese normale.

Ma quel giorno mettemmo un confine chiaro.

Sulle amicizie si possono fare compromessi.
Si fanno volentieri, per affetto.

Mai, però, sulla squadra del cuore.

Ciao Gigio, ovunque tu sia.
Ti voglio bene.

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