“Venga subito, sono richiesti i suoi servigi alla Grande Torre!”, lo convocarono. Scese di casa, prese l’auto e in un attimo si trovò davanti ai cancelli della Grande Torre. Era una costruzione immensa, che sembrava arrivare fino al cielo e si stagliava molto più alta di tutte le altre costruzioni circostanti. Il grattacielo presso cui all’ultimo piano aveva il suo appartamento era nulla in confronto, forse un terzo dell’altezza imponente della costruzione che aveva davanti.

Era uno ziggurat e, proprio come quella costruzione dell’antica Mesopotamia, costruito da Babilonesi e Assiri, era un imponente edificio monumentale e aveva una simile funzione di culto. La sua forma era quella di una piramide a gradoni, costituita da più livelli sovrapposti che si restringono man mano che si sale verso la sommità, su cui veniva eretto un tempio o santuario, considerato la dimora della divinità protettrice della città, il Sole.

Ed era proprio alla sommità dell’edificio che si stava dirigendo, dopo aver superato innumerevoli posti di guardia della Polizia. Solo chi possedeva il pass di assistente del Gran Sacerdote poteva raggiungere il santuario situato in cima allo ziggurat. Era lì che si svolgevano i riti propiziatori del Sole, rituali che traevano la loro efficacia dal potere del Grande Sole.

Finalmente entrò nella grande sala del rito. Lì, al centro della grande piattaforma, si trovava il Grande Sacerdote, avvolto nel suo manto dorato, con gli occhi fissi verso l’alto, come se cercasse di afferrare con lo sguardo ciò che era accaduto in cielo. Tutti gli assistenti si disposero secondo l’ordine prestabilito, pronti a dare inizio ai riti propiziatori straordinari, ed anche lui si dispose di fianco agli altri.

Quel giorno non era come gli altri: l’oscuramento improvviso della Terra aveva violato l’equilibrio della luce, e per questo dovevano essere eseguiti riti più potenti e complessi del solito. Le torce furono accese, illuminando il santuario con una luce calda e tremolante. Le mani degli assistenti si alzarono in segno di invocazione, mentre il Grande Sacerdote iniziava a cantare. La sua voce era profonda, vibrante, e presto fu seguita da tutti gli altri: era il Grande Canto del Perdono, un antico inno che si intonava solo in situazioni di pericolo cosmico, per esorcizzare il caos e restituire ordine alla luce del Sole.

Il canto si elevava verso il cielo, un’onda sonora che sembrava avvolgere la sommità dello ziggurat e propagarsi fino alle città sottostanti. Ogni parola era misurata, ogni gesto calibrato e conferiva al rito una sacralità quasi ipnotica. Quando il canto si spense, il silenzio calò improvviso. Gli assistenti si abbassarono in segno di rispetto, ma uno di loro, avvicinandosi a lui, parlò a bassa voce:

“Non ho mai visto il Grande Sacerdote… così preoccupato. Non si era mai verificato un fenomeno del genere.”

Le parole rimasero sospese nell’aria, mentre lui guardava il volto del Sacerdote: lineamenti tesi, occhi vigili, mani tremanti appena percettibili. Quel momento gli fece comprendere che anche l’élite dei Platoniani, custodi del Grande Sole, non era invulnerabile. La Terra, per qualche minuto, aveva sfidato l’ordine, e il rituale era stato necessario per riportare la luce, la sicurezza e la supremazia della luce continua.

Quando terminò il rito tornò a casa. Ma ciò che aveva visto durante l’eclisse, quell’ombra, non lo lasciò dormire. Il giorno dopo chiese accesso agli archivi centrali. In quanto assistente del Rito, non gli fu negato. Voleva rivedere i protocolli originali del Grande Esperimento ed anche le prime teorie sul Sole artificiale. Non sapeva neppure lui cosa cercasse.

Scartabellò centinaia di documenti, ma non trovò nulla di interessante. Poi ci andò anche l’indomani, e nei mesi successivi, ma i risultati erano sempre gli stessi. Nulla cambiava. Una volta parlò con un vecchio archivista, e gli chiese se sapesse qualcosa del periodo del Grande Esperimento, quello realizzato all’inizio della storia della civiltà dei Platoniani. L’anziano scosse la testa e disse di no in un primo momento.

Ma, osservando la sua determinazione, alla fine gli confidò qualcosa. Forse poteva indicargli dove trovare un documento importante.
“Tanto,” aggiunse con un sorriso stanco, “anche se mi avessero denunciato alla polizia, ormai sono troppo vecchio, e potrebbe anche essere l’ultimo dei miei giorni.”

L’archivista lo portò per corridoi di cui lui non aveva neppure sospettato l’esistenza, nel ventre più profondo dello ziggurat, fino ad arrivare ad una stanza piccolissima le cui pareti erano stipate di documenti. Poi estrasse da uno scaffale una cartella e l’aprì sul tavolo.

“Ecco qui, forse troverà ciò che cerca”, disse lasciandolo solo.

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