Da quando vivo a Bologna ho imparato una cosa: i portici proteggono dalla pioggia, ma non dalle pessime decisioni sentimentali.

Me ne accorgo ogni volta che resto ferma sotto uno di quegli archi, con lo zaino sulle spalle e il cuore che batte più forte del traffico di via Zamboni. I mattoni sopra la mia testa hanno resistito a secoli di intemperie, a guerre e rivoluzioni. Io vacillo per molto meno.

Per esempio quando lo vedo arrivare.

Ha una cicatrice che sembra perfetta, messa lì apposta per dargli un’aria da eroe decaduto, un’arroganza che definire medievale è un complimento e la totale incompatibilità con qualsiasi codice penale moderno. Mentre lo guardo camminare verso di me, con quel mezzo sorriso che promette guai, capisco che nessuna colonna in mattoni potrà salvarmi da quello che sto per fare.

Mi chiamo Chiara, ho diciannove anni e fino a pochi mesi fa vivevo in un paesino sperduto dell’Appennino molisano, dove tutti sanno tutto di tutti e l’unico portico è quello della chiesa. La mia famiglia fa i conti fino all’ultimo centesimo, non per sfizio ma perché deve. Quando è arrivata la notizia della borsa di studio per l’Università di Bologna, è sembrato che si fosse aperto un varco nel cielo e un raggio di sole mi avesse inondato di luce.

Così sono partita, direzione Bologna.

Da tre mesi frequento Lettere o almeno dovrei. So che le lezioni sono in via Zamboni, so che l’università è una delle più antiche d’Europa, so che qui hanno studiato persone che hanno cambiato il mondo... So quasi tutto, ma se mi chiedessero dov’è la mia aula esatta, probabilmente indicherei un portico a caso.

Via Zamboni la riconosco solo per questo: è una strada lunghissima piena di studenti seduti per terra o appoggiati alle colonne, con i libri aperti e lo sguardo perso. Sembra un rituale collettivo di procrastinazione. A volte mi siedo anche io, fingo di cercare un’aula, fingo di essere in ritardo per una lezione, magari una che non ho mai seguito.

Sono qui da tre mesi e non ho ancora assistito a una lezione intera.

Ma quindi, in cosa mi laureo?

Domanda per dopo. Adesso sta passando Riccardo.

Lo vedo in fondo al portico, tra un gruppo di ragazzi che ridono troppo forte e una bici appoggiata male. Cammina come se la strada fosse sua. Come se quei portici fossero stati costruiti per incorniciarlo.

Mi supera sotto un arco in mattoni che ha visto più sessioni d’esame di quante ne vedremo tutti noi nella vita.

«Ehi piccola Chiara, giochi con me?»

L’alito misto di sigaretta e spritz mi si attacca addosso come una seconda pelle. Sono tre mesi che ha lo stesso odore. Tre mesi che mi ripeto che dovrei evitarlo. Tre mesi che non lo faccio.

Trovo ironico che questo succeda proprio qui, sotto i portici. Perché non sono solo sfondi romantici da foto con filtro seppia. Sono nati per noi studenti, per proteggerci. Quando nel Medioevo l’Università attirava giovani da tutta Europa, la città era già un caos di libri, dispute in latino e probabilmente affitti improponibili. Le case non bastavano più ad accogliere tutti. I proprietari iniziarono ad ampliare i piani superiori facendoli sporgere sulla strada, sostenuti da travi di legno. Poi aggiunsero colonne per reggere il peso.

Immagino quei ragazzi di secoli fa camminare qui sotto, con i mantelli fradici e le tasche vuote, pieni di sogni e timore. Non così diversi da me: anche loro lontani da casa, anche loro convinti che studiare avrebbe cambiato tutto. Anche loro forse distratti da un sorriso.

Nel XIII secolo il comune stabilì che le nuove case dovessero avere un portico alto abbastanza da far passare un uomo a cavallo. Col tempo il legno fu sostituito dal mattone e quelle strutture improvvisate diventarono l’identità stessa della città, oggi riconosciute dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità.

Patrimonio dell’umanità… io non riesco nemmeno a essere patrimonio di me stessa.

Riccardo mi sfiora il polso. Un gesto piccolo, studiato. Penso a mia madre che mi ha abbracciata alla stazione, dicendomi che questa città mi avrebbe dato un futuro. Penso a mio padre che ha fatto finta di niente per non farmi sentire il peso dei sacrifici fatti. Penso alle aule che non trovo, ai libri che non apro, ai portici che percorro avanti e indietro come se stessi cercando qualcosa.

Forse lo sto cercando davvero.

Forse sto cercando un posto dove sentirmi al sicuro. Un posto che non sia solo un tetto sopra la testa, ma che mi aiuti nel trovare una direzione.

«Allora?» Insiste lui.

Alzo lo sguardo verso le colonne e gli archi. Hanno retto per secoli. Hanno sostenuto case intere, famiglie, studenti, commercianti, amori clandestini… Hanno dato riparo a tutti e a tutto, anche agli addii sotto la pioggia.

Peccato che nessuno abbia mai pensato di costruirne uno che possa dar riparo al cuore.

Eppure resto qui, sotto questo arco, a decidere se entrare finalmente in un’aula o perdermi ancora una volta nei suoi occhi.

A Bologna ho imparato che i portici ti proteggono dalla pioggia.

Il resto — gli esami, le scelte, l’amore — devi imparare a reggerlo da sola.

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