Un rumore costante cattura la sua attenzione: un martellare ritmico che sembra nascere da un antico rituale, un’energia tribale che la sorprende e la inquieta allo stesso tempo.

«E intanto il mondo là fuori cambia velocemente», sussurra.

«Sei stato al mercato stamattina?» Chiede alzando appena la voce. 

I miei sensi sono strani ormai: certi suoni mi sfuggono, altri rimbombano dentro di me. Da tempo percepisco ronzii e sibili, e la mia stessa voce sembra rimbalzare tra le ossa del cranio. Riesco a distinguere solo alcuni suoni familiari: il richiamo di un animale, lo stridio di un uccello, il passo ritmico di un quadrupede. Ogni volta che lo racconto, devo trattenere un sorriso.

«Sì, prima ho camminato nel tempio della città, poi tra le bancarelle. Ma non c’è molto: un po’ di pane, qualche frutto», rispondo.

Parlo una lingua straniera con precisione, anche se qualche suono gutturale tradisce le mie origini. Sono anni che vivo tra diverse città, cercando spazi tranquilli dove dedicarmi al mio lavoro.

L’androne in cui mi trovo profuma di vecchie spezie e legni umidi, un miscuglio che racconta storie di passaggio: gente comune, artisti, viaggiatori. Eppure, gli altri mi guardano come se fossi un essere a parte: composto, distaccato, con un’aria di calma studiata. Qualcuno mi chiama “il silenzioso” e sorride, affascinato dal mio aspetto raccolto e dagli occhi sempre attenti.

Sono un osservatore, un artista della forma e del movimento. Il mio studio è un rifugio: pochi vi entrano, perché il mio lavoro nasce dall’intimità e dall’osservazione.

Ogni mattina mi reco allo zoo, un luogo popolato da esseri di ogni specie. Alcuni camminano liberi, altri si nascondono tra cespugli e piccoli rifugi. Mi siedo su una panchina di legno o su un vecchio contenitore vuoto, e li osservo: i movimenti, il pelo che scintilla al sole, le piume che tremolano nell’aria. Non c’è violenza, non c’è caccia: solo la pura gioia della presenza.

Seguo ogni loro gesto, anche quelli più nascosti: quando si riposano, quando si nutrono, quando si muovono in piccoli gruppi. È in quel silenzio che sento il contatto più vero con me stesso, e credo che solo imparando ad ascoltare la loro vita, l’uomo potrà avvicinarsi a una pace autentica.

Resto immobile, mani sulle ginocchia, gambe raccolte, respirando l’odore di foglie e fieno mescolato al profumo acre del cibo. La polvere si solleva, qualche insetto si posa sulle mani o sulla fronte, ma non importa. Osservo, seguo ogni piccolo spostamento, ogni respiro, come se attraversassi un confine invisibile tra me e loro.

La regola più importante è avvicinarsi senza paura. Un passo falso e tutto può cambiare: fuga, difesa, immobilità. Occorre conoscere ogni distanza, ogni limite, per instaurare fiducia. È un gioco di attenzione, delicatezza e pazienza, quasi meditativo. E ogni giorno torno lì, per imparare ancora qualcosa, per continuare a leggere la vita in quegli occhi senza parole.

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