In casa mia guidare non era solo spostarsi, era un rituale: stessi percorsi, stessi posti, stessa distribuzione dei ruoli.

Io ho trascorso anni sul sedile posteriore, con i libri in mano, mentre davanti si decidevano direzione, tempi e, con tutta probabilità, anche il destino dell’umanità. Poi, un giorno, qualcuno mi ha passato le chiavi e ho scoperto che la libertà ha la forma di un volante e comprende abitudini familiari vincolanti.

Papà guidava sempre. Non perché lo avesse scelto, né perché qualcuno glielo avesse chiesto: guidava e basta. Amava le Lancia con una fedeltà quasi ideologica, se non apertamente dottrinaria: prima una Prisma dell’84, poi una Thema del ’93. Auto serie, solide, vagamente paternalistiche, progettate per attraversare l’Italia senza fare domande, senza mostrare emozioni e senza mai chiedere scusa.

Su quelle macchine si viaggiava ogni fine settimana, lungo lo stesso percorso e con gli stessi passeggeri, disposti secondo un ordine mai messo in discussione: papà al volante, mamma accanto (la ricordo guidare per lunghi tragitti una o due volte, eventi così rari da essere rimasti impressi nella memoria come eclissi), io e mio fratello più piccolo sul sedile posteriore, a completare la composizione. Un quadro fisso, rassicurante, che sarebbe potuto rimanere identico per decenni senza che nessuno sentisse il bisogno di modificarlo.

Gran parte dei fine settimana dei miei primi diciotto anni si è svolta così, in un crescendo ordinato e prevedibile. All’inizio dormivo nel seggiolino, con quella capacità tutta infantile di ignorare curve, soste e conversazioni esistenziali. Poi arrivò il tempo delle poesie da ripetere con mamma per il lunedì alle elementari, recitate con una serietà che oggi riserverei solo a un atto notarile o a una dichiarazione dei redditi. Alle medie comparvero le prime divagazioni letterarie; nessuno le aveva richieste, ma io le elargivo con una generosità quasi imbarazzante, la soluzione dei problemini aritmetici e la geografia studiata con l’atlante. Al liceo, infine, lo studio sistematico di tutte le materie, organizzato con un rigore oggi considerato eccessivo persino per me che ne ero l’ideatrice e la vittima principale.

La scelta dei miei genitori di vivere lontano, ma non troppo, dai luoghi d’origine comportava un impegno costante e una discreta resistenza fisica. Non volevano sottrarre ai loro genitori l’affetto dei nipotini e la loro vicinanza così, con una dedizione ammirevole ma che allora davo per scontata come l’acqua calda, ogni fine settimana papà afferrava il volante e attraversavamo l’Italia, dall’Adriatico al Tirreno. A quei tempi mi sembrava normale; oggi so che non lo era affatto.

In quei viaggi, seduta dietro, consumavo libri scolastici e quaderni con una voracità metodica. Mio fratello c’era sempre anche lui, con i libri al seguito più per senso del dovere che per autentica passione. Da piccolo faceva correre le macchinine lungo i braccioli dei sedili; più grande, studiava a occhi socchiusi, con il libro aperto davanti, in una posizione che suggeriva concentrazione ma lasciava spazio a legittimi sospetti.

Ricordo il viaggio verso l’università. Durante il tragitto ero felice al pensiero della libertà imminente e la novità dei fine settimana in una stanza da studentessa; mio fratello era sollevato all’idea di non doversi più confrontare con una sorella costantemente immersa nei libri; i miei genitori contenti per la conferma che, tutto sommato, il loro progetto educativo non era stato un azzardo completo.

Quel giorno guidava mamma, con papà accanto. Non era una Lancia, ma una Fiat Punto del 1995, identica per modello, colore e dignitosa anzianità a quella del commissario Montalbano. Mamma era concentratissima sulla strada, come se da quella guida dipendesse qualcosa di più del semplice arrivo a destinazione, forse l’equilibrio dell’intero sistema familiare o, perché no, dell’universo conosciuto.

Oggi guido io, per le strade di Roma. L’auto è una Yaris Verso del 2005, passata in famiglia come certi mobili che nessuno ha il coraggio di buttare. Ogni mattina, per portarmi al lavoro, oltre alla dose quotidiana di carburante, richiede un paio di litri d’acqua nel radiatore prima di partire, come se avesse bisogno di essere rassicurata. In macchina sono sola, con i miei pensieri e un bagagliaio sorprendentemente ampio e ostinatamente vuoto, metafora da non analizzare troppo.

Alla guida sono sicura come mio padre e, come lui, mi irrito per chi procede lentamente o per i pedoni che attraversano aspettando l’ultimo istante, esercitando una fiducia nell’automobilista mai condivisa da me. In questa città papalina, al volante, divento sorprendentemente brusca. Una volta persino mio padre, seduto accanto, si è scandalizzato dei miei commenti: segno inequivocabile che il passaggio di consegne era ormai completato: avevo superato l’esame finale.

Potrei usare i mezzi pubblici, certo, ma li utilizza già mio marito; per colpa loro spesso fa tardi sia al lavoro sia al rientro e li considera una specie di palestra morale. Li utilizza e li adora anche il mio fratellino. Con la maggiore età si è affrancato da papà e mamma trasferendosi a Roma, dove ha studiato, preso casa, residenza e trovato lavoro, libero e autosufficiente, come si conviene. Ci siamo ritrovati nella capitale ma per fortuna non condividiamo più il sedile posteriore di una Lancia: alcune conquiste vanno difese.

Ora ho un figlio e mi avvicino alla “mezza età”, definizione sbagliata, soprattutto perché presuppone di conoscere il punto finale del percorso. Informazione, a quanto mi risulta, non posseduta da nessuno e che, se anche la possedesse, probabilmente eviterebbe di diffondere per non rovinare la conversazione. 

Nel frattempo, ci si adegua: si accumulano responsabilità, si riducono le illusioni e si impara a chiamare “equilibrio” una serie di compromessi ben riusciti.

Quando ci spostiamo in tre, guida mio marito, anche lui amante delle Lancia, la Delta biturbo. Guida calmo, gentile, contemplativo, come se la strada fosse un concetto filosofico e non una corsia con precedenze discutibili. Il pargolo sul sedile posteriore dentro il suo ovetto protettivo, io, accanto a mio marito, guardo scorrere Roma e mi riconosco: non più dietro, non ancora arrivata, comodamente collocata in una fase intermedia che non prevede certezze ma una discreta capacità di adattamento. Il volante passa di mano, le auto cambiano, il viaggio continua.

E se proprio devo scegliere una certezza, non è la "mezza età", è che domani, prima di partire, servirà di nuovo l’acqua.

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