Il terzo piano dell’Hotel Central Park di Modena offriva al pensionato una vista ampia e silenziosa sul quartiere San Faustino, una zona piena di storia e cultura, dove il passato sembrava affiorare in ogni angolo, tra palazzi dai colori caldi e cortili nascosti. Al calar del pomeriggio, la luce si posava obliqua sui tetti, trasformando la scena in qualcosa di irreale.

Il professor Emilio Venturi, ex insegnante di lettere al liceo di Mirandola, si era ritirato lì da alcune settimane. Dopo una vita trascorsa tra libri e studenti, aveva deciso di concedersi il tempo per inseguire un sogno coltivato a lungo: scrivere un romanzo. Sperava di trovare finalmente l’ispirazione. Le sue giornate scorrevano lente, ma faticava a trovare l’avvio della scrittura e, forse proprio per questo, faceva lunghe pause osservando la città dalla finestra.

Proprio di fronte all’hotel si ergeva l’edificio sede di una mostra dedicata a Giorgio de Chirico. Le sue finestre scure riflettevano il cielo come superfici opache, quasi a voler custodire un segreto. Emilio spesso si sorprendeva a fissarle, come se potessero restituirgli uno sguardo.

Fu in uno di quei pomeriggi, quando il sole iniziava a sparire dietro l’orizzonte, che decise di attraversare la strada.

Dentro la mostra c’era silenzio: Emilio aveva scelto un giorno infrasettimanale per evitare la folla e godersela da solo. Una volta entrato, i rumori della città scomparvero del tutto. I quadri erano illuminati da lampade a luce radente, tali da farli emergere dal buio. Per lui, ogni visita a una mostra era una sorta di rito: entrava in punta di piedi, come in un luogo sacro.

Si fermò davanti ai primi dipinti con attenzione e calma, lasciando adattare lo sguardo alla penombra delle sale. Fu solo nella sala successiva che accadde qualcosa. Camminò finché non si trovò davanti a un dipinto folgorante: “Cavallo su una spiaggia” del 1972. Lesse la targhetta a lato: illustrava l’appartenenza dell’opera alla stagione matura del pittore e, proprio per il suo carattere tardivo, era anche simbolo di una lenta ma inesorabile decadenza. Il cavallo pareva fuori dal tempo. Il drappo rosso, steso sul dorso, sembrava mosso da un vento invisibile, suggerendo movimento. Sullo sfondo, rovine silenziose e un mare lontano creavano un’atmosfera irreale, tipica della pittura metafisica.

Rimase a lungo davanti al quadro, fino a quando una sensazione sottile prese forma in lui.
«È come se mi scrutasse dentro», sussurrò, quasi senza accorgersene.
Poi, subito dopo:
«O forse è lei a sapere cosa sta guardando».

La voce alle sue spalle lo fece trasalire.
Accanto a lui, una donna elegante osservava il dipinto con la sua stessa intensità. Era bionda, con occhi verdi e profondi. Indossava una gonna nera lasciando intravedere polpacci ben torniti, e il suo portamento aveva una naturale sicurezza, come fosse perfettamente a suo agio in quel silenzio. Per un istante, i suoi occhi si posarono su Emilio, scrutandolo.

«Bellissimo, non trova?» disse lui, con un tono esitante.
La donna inclinò appena il capo, senza rispondere subito. Poi tornò al quadro, come se la domanda non richiedesse risposta.
«È una delle opere più interessanti della fase tarda del maestro», disse infine, con voce calma. «Qui la materia pittorica si alleggerisce, quasi si ritrae. È come se il tempo stesso diventasse più sottile, quasi insinuante».

Emilio la ascoltava senza interromperla. Non parlava come una visitatrice qualsiasi: c’era una familiarità evidente con quanto stava descrivendo.

«Lei è una storica dell’arte?» chiese lui.

La donna sorrise appena, senza distogliere lo sguardo dal cavallo.
«No, sono un’appassionata dell’arte del Maestro», rispose semplicemente. «Conosco la storia di questo quadro: il colore era compromesso in alcune zone ed è stato restaurato bene… non trova? Bisogna però capire quando fermarsi… sennò si rovina».

Parlava del quadro come se lo avesse toccato, compreso nei suoi più riposti significati.

Emilio la ascoltava come ipnotizzato. Non era solo ciò che diceva: era il modo in cui lo diceva, come se il dipinto non fosse davanti a sé, ma nella sua anima.

Quando il silenzio tornò tra loro, la donna fece un piccolo cenno del capo.
«Mi scusi», disse, «ma ora devo proseguire».

E si allontanò verso la sala successiva con un movimento fluido, quasi naturale, come appartenesse a quelle sale.

Emilio rimase immobile. Non riusciva a distogliere lo sguardo dal punto in cui era scomparsa. Per un attimo ebbe la strana impressione di una figura perfettamente accordata al dipinto, una variazione vivente di quello stesso mondo poetico.

Poi, quasi senza pensarci, alzò leggermente la voce verso il corridoio vuoto:
«Ci sarà modo di prendere un caffè, qualche volta?»

La donna si fermò per un istante. Poi, con la stessa calma con cui si era mossa fino a quel momento, rispose:
«Quando vuole. Tanto sono sempre qui».

«Ah, e il suo nome… posso saperlo?»
«Annachiara… Annachiara Serravalle».

E riprese a camminare.

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