Quando mia madre è morta, è successo qualcosa che non avevo previsto.
Il dolore, invece di lasciarmi immobile, mi ha spinto all’indietro. Sempre più indietro.
Avevo bisogno di scavare nel passato, perché era l’unico modo che mi era rimasto per immaginare un futuro senza di lei.
Così ho cominciato a cercare. E tra tutti i nomi che riaffioravano, uno continuava a tornare: quello del trisnonno Luigi. Forse perché nessuno, in famiglia, ha mai saputo davvero perché avesse lasciato l’Emilia per arrivare in Sardegna. E ancora oggi, nonostante sia riuscita a ricostruirne le origini, quel mistero rimane.
Ho cominciato dalla sua famiglia, poi dai suoi genitori, poi ancora più indietro. Ramo dopo ramo, nome dopo nome, fino al 1730.
Per settimane ho vissuto tra archivi, registri, vecchi documenti e fotografie. Scoprendo un piccolo tesoro nascosto.
Ma più degli archivi e dei racconti tramandati, ad aiutarmi è stata la casa dei miei quadrisnonni, a Santadi.
Dal 1850 è ancora lì.
Nel salone che un tempo era l’emporio di famiglia, gli scaffali sono diventati divani e i clienti sono diventati nipoti. Eppure quella stanza conserva ancora l’odore del caffè appena macinato, il rumore del vecchio registro di cassa, il vociare dei clienti.
E custodisce un tesoro a portata di mano: l’album di fotografie di mia nonna Giulia.
Proprio in quell’album ho trovato una fotografia che arrivava da molto più lontano della Sardegna.
La carta era spessa e ruvida. Un angolo era consumato dal tempo e dalle mani che l’avevano sfiorata.
Sul retro, una scritta a matita, un po’ sbiadita ma ancora leggibile:
Pietravolta, 1920.
Tenerla tra le mani è stato come stringere un piccolo frammento di passato.
Non avevo la minima idea di chi fossero quelle persone, ma sapevo che erano di famiglia.
Avevo dei volti. Non avevo nomi.
Otto persone in posa davanti a un muro, a Pietravolta.
Due file composte. Le donne con gli abiti scuri e il colletto bianco. Gli uomini con il cappello e i baffi. Davanti, due bambine con la stessa frangetta e lo stesso cappottino chiaro, le mani strette a quelle delle grandi.
Al centro della prima fila, una donna anziana. Forse la matriarca.
In lei riconoscevo qualcosa di familiare.
Quella fotografia mi sembrava troppo importante per restare chiusa in un cassetto. Così l’ho pubblicata su Facebook, in una pagina dedicata a Pietravolta.
Un messaggio in bottiglia affidato al caso.
Due giorni dopo è arrivata una notifica sul telefono:
«Io ho la stessa foto a casa di mia madre.»
Ho riletto quella frase più volte.
La stessa foto. A casa di sua madre.
Quante possibilità c’erano?
Dietro quel messaggio c’era il nipote di un fratellastro del mio trisnonno. Un parente di cui ignoravo perfino l’esistenza.
Da quel momento abbiamo iniziato a scriverci.
Lui mi raccontava dei rami rimasti in Emilia e di quelli emigrati in America. Io di quelli cresciuti in Sardegna, sotto un altro sole, con un altro accento.
Ognuno custodiva un pezzo della stessa storia.
Senza saperlo, ci stavamo aspettando da cento anni.
È stato lui a dirmi chi fosse la donna seduta al centro della fotografia: Maria Beatrice, la sorella più piccola del trisnonno Luigi.
In famiglia la chiamavano Beata. Faceva l’oste, come suo padre Giacomo prima di lei.
Giacomo da Pietravolta.
Come nonno Giacomo da Santadi.
E Luigi, come il trisnonno Luigi.
I nomi erano rimasti, passando da una generazione all’altra, attraversando il mare e la distanza.
Un filo invisibile che continua a legare persone che non si sono mai conosciute
E allora ho capito che il passato, forse, non è qualcosa che lasciamo indietro.
A volte resta lì.
Aspetta.
Aspetta che qualcuno trovi una fotografia, la prenda tra le mani e si domandi chi siano quelle persone.
Perché certe storie non chiedono altro che essere ritrovate. E raccontate.

 

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