C’era una volta il mio paese, quello del dopoguerra: tanto diverso da oggi che, a parlarne ora, sembra di raccontare una favola.

Io, bambino, al calar della sera, obbediente al richiamo dei genitori, lasciavo il gioco a nascondino — che la penombra rendeva ancora più avvincente — e rientravo a casa, che si trovava a margine della via principale. Era una caratteristica strada a schiena d'asino, con un tratto centrale in selci bianchi affiancato da due bande in cemento rosso. Da quel momento la vita rallentava lentamente, fino a spegnersi del tutto quando l’oste della piazza a monte chiudeva il locale.

Solo allora, nel silenzio palpabile non ancora corrotto da radio e televisione, la voce stridula di un uomo ondeggiante, accompagnata dal passo incerto e forte delle sue scarpe chiodate, chiudeva, ”di vino allegro”, il sipario su quella giornata.

Era Franceschieglie 'ru stagnarieglie, che da sobrio era un ottimo riparatore di pentole e caldaie, intento a festeggiare la sua giornata. Bisognava saper attendere, perché in un punto preciso Franceschieglie si bloccava immobile nel silenzio; poi, a squarciagola, con voce decisa, dritto come un soldato che saluta il superiore con braccio teso e pugno chiuso, scandiva: «Addà venì Baffone!». Sulla sua sinistra, infatti, abitava Furtnazzon, il capo comunista.

Il silenzio per i successivi sei metri di strada era interrotto solo dallo stridio delle scarpe chiodate. Poi, dopo una breve pausa, con voce modesta e reverente, quasi tra sé e sé, Franceschieglie sussurrava: «Evviva Gesù». Sul lato destro c’era la casa di don Vincenzo, il parroco.

Ancora pochi passi, qualche sghignazzata e Franceschieglie, in pace con tutti, rientrava a casa. Il silenzio tornava a regnare sovrano su tutto il paese, ma non su di me: Franceschieglie, infatti, accompagnava spesso i miei sogni fantastici.

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