Dieci anni fa. Un pomeriggio di luglio, assorto nei miei pensieri, camminavo lungo un dritto viale alberato, in periferia. Una macchina si accosta a me.

- Ciao, come stai? 

Una voce femminile che subito non riconosco. Mi abbasso e poi la vedo. Erano passati mesi dall'ultima volte che ci siamo visti.


- Bene. Che bella sorpresa vederti. Dove vai? - le dico.

 - Sono di passaggio, stavo tornando a casa. Ma possiamo fare un giro. Vuoi salire?

 

Salgo sulla sua macchina e lentamente parte. Un po' di imbarazzo sembra prendere il sopravvento. Allora rompo il silenzio.

 

 - Pensavo non volessi più incontrarmi.
- Si, è vero. L'ultima volta che ci siamo visti avevo preso questa decisione. Ma poi, con il passare del tempo... Sei arrabbiato?
- Arrabbiato? No. Ma ci sono rimasto di merda. L’ultima volta mi hai lasciato senza parole. E quella sera è diventata una serataccia. Però avevi ragione. Stavamo prendendo una direzione pericolosa. 

Non risponde subito. Poi sorride e confessa:
- Mi sono mancate le nostre lunghe chiacchierate... - la frase sospesa lasciava intendere tutto il resto. Decido di affrontare l'argomento in maniera più esplicita:
- A me è mancata la tua vicinanza. Quando ti vedo, solo starti accanto mi fa stare bene. E in questo periodo che non ci siamo sentiti, mi sei mancata molto. Però sono stato bravo, no? non ti ho infastidito con messaggi o telefonate. Avevo capito che non gradivi e non volevo infastidire.
- Si, sei stato bravo. Ma tu non mi infastidisci mai, e anche tu mi sei mancato. Ma non possiamo far stare male delle persone che ci sono vicine con il nostro comportamento. Anche se non facciamo nulla di male, non capirebbero.
- Lo so, e ogni spiegazione sarebbe inutile. Ma adesso che ti rivedo, sto bene. 

 

La macchina si ferma davanti all'ingresso di un viale alberato. Scendiamo e camminiamo lentamente,  un leggero flusso di vento rinfresca l'aria. Poco dopo, entriamo in un vecchio borgo, piccolo, quasi abbandonato. Delle vecchie panchine di legno sembrano aspettare solo noi. Ci sediamo.
 

Intorno a noi c'è il silenzio, solo un fruscio di foglie e, poco lontano, un leggero rumore di passi di pochi altri visitatori come noi. Penso a quando, tantissimo tempo fa, quando ci siamo visti qui, in questo stesso posto. Le strade sono malandate e piene di buche, come sempre. Non è cambiato nulla da allora.  Siamo cambiati noi. Eravamo giovani ed io ero innamorato.  I giovani platani di allora adesso sono dei giganti silenziosi e discreti, e la loro ombra ci avvolge e ci conforta. Le nostre mani si intrecciano, si stringono. I nostri sguardi dicono molto l'uno all'altro senza bisogno di parole. Lei mi siede vicino, e il suo viso è straordinario. Amo la sua luce, il suo sorriso e la profondità dei suoi occhi. L'abbraccio e lei non si ritrae. Allora la stringo più forte. Le sfioro il collo e la spalla con le labbra, e il contatto mi provoca un brivido in fondo alla schiena. Anche lei mi stringe e mi fa sentire il suo viso contro il mio. La guardo, e la tentazione di baciarla è fortissima. Ci provo e lei si scosta.

- No, meglio di no. Ho il rossetto! Anche se è indelebile è meglio non provarci neanche - scherza - Va bene così, dai.
- Si, va bene così.
 

Ogni tanto degli sconosciuti ci passano accanto, intenti a guardarsi intorno e a commentare l'abbandono che è ovunque. Nessuno fa caso a noi, nessuno si interessa del nostro momento magico. Ma lei si ritrae comunque. 
Le nostre mani si stringono, i nostri sguardi si cercano. Restiamo in silenzio, perché le parole, pericolose, si bloccano sulle labbra. Muti affrontiamo i nostri pensieri segreti. Le sensazioni forti ci spingono in un nuovo abbraccio. 

I minuti passano. Veloci e inarrestabili. 

Guardo l’orologio, mi accorgo che è già molto tardi.  Anche lei capisce. Lentamente torniamo alla realtà che, impassibile, ci circonda. 


- Forse adesso è ora di andare. - le dico.
- Si, andiamo.
- Quando ti rivedo?
- Non lo so, ci rivedremo quando ci incontreremo di nuovo. 

 

Risaliamo in macchia e in silenzio percorriamo la strada del ritorno. L’auto si ferma sotto casa mia. Lei mi stringe la mano e mi chiede:

 

- Ti mando qualche messaggio in chat?
- No, meglio evitare. Forse è meglio un sms.
- Lei legge i tuoi messaggi?
- No, in genere no. Almeno è molto difficile che ciò accada. Ma meglio evitare la chat.

 

Dobbiamo lasciarci. Ma non voglio scendere. Aspetto qualcosa ancora. La stringo a me. Poi le chiedo:

 

- Anch'io posso mandarti dei messaggi?
- Si, va bene.

 - Domani? Nel Pomeriggio?

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