ETTORE — Napoli, 25 marzo 1938, ore 22

La penna gratta sul foglio e io la lascio grattare, perché è più facile scrivere che pensare a voce alta. A Carrelli scrivo che ho preso "una decisione ormai inevitabile", e mi accorgo che la frase suona come una diagnosi clinica più che come un addio. Forse è proprio così che va scritta: senza indugio e come fosse una nota sul diario che uso negli esperimenti.

Della vita in generale, e della mia in particolare, non riesco più a vedere il senso: è un calcolo che, ripetuto in ogni modo possibile, dà sempre lo stesso risultato: zero.

Ho controllato l'equazione da ogni lato.

Firmo, imbusto, e per i colleghi dell'Istituto scrivo che conserverò un caro ricordo di loro "almeno fino alle undici di questa sera, e possibilmente anche dopo". Rileggo quella frase e mi accorgo che non so cosa significhi nemmeno io. Possibilmente anche dopo — dopo cosa? Dopo le undici, certo. Ma anche: dopo tutto. Lascio la frase così com'è. Le cose ambigue, in fondo, sono le uniche davvero importanti e incisive.

ETTORE

Alle 22.30 salgo sul postale per Palermo. Il mare, stanotte, è nero e liscio come una lavagna di ardesia. Mi affaccio al parapetto e resto a lungo a guardare quella superficie così angosciante.

Non so dire perché, ma è come se sentissi una forte attrazione verso il mare, qualcosa che mi spinge a fare il salto. Mi trattengo e intanto penso che forse il corpo, prima della mente, sa già cosa fare.

ENRICO — Roma, 28 marzo 1938

La notizia mi arriva per telefono, spezzata, come arrivano sempre le notizie peggiori: prima un nome… poi il resto detto in fretta, come per liberarsene. Majorana è scomparso. Da tre giorni. Nessuno sa dove.

Chiamo chiunque possa sapere qualcosa. Ottengo solo la stessa frase ripetuta con voci diverse: nessuna traccia. Poi scrivo direttamente a Mussolini — io, che di politica mi occupo il meno possibile, che ho accettato la nomina all'Accademia d'Italia per non aver problemi coi fascisti — perché so che una parola mia, in questo momento, può muovere macchine che io da solo non muoverei mai.

Più tardi, parlando con Cocconi — che Ettore lo conosce appena, e che mi guarda con l'aria di chi si aspetta una spiegazione più semplice di quella che sto per dargli — provo a mettere in parole quello che sento e che non riesco a giustificare del tutto con la ragione.

«Vede», gli dico, «al mondo ci sono varie categorie di scienziati. Ci sono persone di secondo e terzo rango, che fanno del loro meglio ma non vanno molto lontano. Ci sono persone di primo rango, che arrivano a scoperte di grande importanza. Ma poi ci sono i geni. Come Galileo, come Newton. Ebbene, Ettore Majorana era uno di quelli».

«Majorana aveva quel che nessun altro al mondo ha. Sfortunatamente gli mancava quel che è invece comune trovare negli altri uomini: il semplice buon senso».

Lo dico e subito mi pento di averlo detto così, come una sentenza definitiva su un uomo che magari, in questo momento, è ancora vivo da qualche parte, e che il buon senso — quel poco o quel tanto che aveva — lo sta usando proprio ora per restare nascosto al mondo intero, me compreso.

ETTORE — Palermo, 26 marzo

«Il mare mi ha rifiutato».

Scrivo questa frase su un foglio e la spedisco a Carrelli, e mi accorgo che è la frase più vera che abbia scritto in tutta questa faccenda. Non "ho rinunciato", non "ho cambiato idea": il mare mi ha rifiutato, come se il gesto non fosse mio ma suo, e così scarico la mia responsabilità su qualcosa che non potrà mai dire nulla.

Mando anche un telegramma: dite di non tenere conto della lettera che avete ricevuto, tornerò domani con il postale per Napoli. È tutto vero, nel momento in cui lo scrivo. Ho davvero intenzione di tornare.

ETTORE

Solo che tra l'intenzione e l'atto si è aperta, questa notte, una crepa che nessuno vede tranne me.

Penso a mio zio Quirino, fisico anche lui, e a quanto le famiglie come la nostra credano che l'intelligenza sia una specie di eredità. Non è vero. L'intelligenza non protegge da niente. Anzi: più si vede lontano, più si vede anche il punto in cui la luce finisce.

Ripenso a quando avevo dodici anni e mi misi al volante della macchina di famiglia senza saper guidare, andando dritto contro un muro — obbedendo, come dico sempre scherzando con me stesso, alle leggi della fisica classica. Mi è rimasta la cicatrice sulla mano. Nel documento che il Ministero degli Interni farà circolare tra qualche giorno per cercarmi, quella cicatrice non ci sarà: la dimenticheranno, come si dimenticano sempre i dettagli che contano davvero, in favore di quelli che si vedono a colpo d'occhio.

Forse è proprio questo che voglio: sparire come un corpo di cui si sono perse le tracce più proprie e caratterizzanti.

ENRICO — Roma, anni dopo

Ho continuato per anni a chiedermi cosa fosse successo quella notte sul mare tra Napoli e Palermo, e non ho mai smesso di farlo, nemmeno quando il mio lavoro mi ha portato lontano, in America, sotto un cielo diverso da quello che Ettore guardava dal parapetto della nave.

Preferisco pensare, con Amaldi che lo conosceva meglio di chiunque altro, che non fosse il rifiuto dell'atomica, ma qualcosa di più semplice e più oscuro: un tormento che portava dentro da sempre, fin da quando era un bambino tranquillo e introverso che comunicava poco con i suoi coetanei, fin da quando il suo sguardo, in una fotografia scattata per un libretto universitario, sembrava già scrutare oltre le cose, oltre il mondo visibile.

Della sua scomparsa non troveremo mai la minima traccia. Nemmeno gli appelli di sua madre sulla stampa, nemmeno le ricompense promesse, nemmeno gli anni di ricerche condotte con ogni mezzo. Restano soltanto le sue frasi, quelle poche righe consegnate a una lettera e a un telegramma, che io rileggo ancora, di tanto in tanto, cercando in ogni parola un segno che forse non c'è mai stato.

 

Enrico Fermi morirà nel 1954, senza avere una risposta. Vent'anni più tardi, lo scrittore Leonardo Sciascia proporrà un'ipotesi diversa: che Majorana si fosse ritirato dal mondo per ragioni etiche, avendo presagito che la fisica nucleare stava per mettersi al servizio della violenza più brutale. È un'ipotesi che la cronologia, però, non regge fino in fondo: la scoperta della fissione dell'uranio arriverà solo alla fine di quello stesso 1938, per un caso fortuito che nessuno, allora, aveva previsto per tempo. Resta, di quella notte tra Napoli e Palermo, soltanto quel possibilmente anche dopo — che nessuno, né Enrico né chi è venuto dopo di lui, ha mai saputo leggere fino in fondo.



 

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