Il mare del Nord, le nubi grigie che imprigionavano la luce del sole, uno stormo di gabbiani che seguiva quel grande scafo di metallo che fendeva le onde, erano come un quadro dipinto dentro le sue pupille che guardavano l’orizzonte. Una sigaretta tra le dita della sua mano andava e veniva dalla bocca, il fumo usciva disperdendosi subito nel fresco dell’aria. Stava lì sul ponte della nave, fermo, indifferente, perso nell’immenso orizzonte grigio davanti a sé. Perché stava lì? Da quanto tempo si era imbarcato su quel cargo? Non se lo ricordava o forse, era meglio dire, non lo voleva ricordare. Quello che era impresso nella sua mente era solo un volto di donna. I ricordi, come le fotografie, sbiadiscono con il passare del tempo, sembrano provenire da un’altra epoca, vengono percepiti come qualcosa di esterno, non sembrano fare parte di noi, eppure sono lì, fanno parte del nostro essere anche quando vengono ignorati, la mente li archivia nelle profondità dell’inconscio. Quel viso di donna invece era sempre splendente, vivido, si era eternato nella dimensione dei ricordi dove aveva trovato la sua forma imperitura. Quella donna da molto tempo ormai se n’era andata. Lo scorrere degli anni però non aveva attenuato il senso di colpa per questa decisione. Il dolore è come un animale feroce, a volte va in letargo, rimane dentro la sua tana per qualche stagione, sembra assopito, ma poi si risveglia più affamato e cattivo, vuole tutto, mangia fino all’ultima fibra dell’io, va addomesticato per conviverci. Ecco perché si era imbarcato su quel cargo battente bandiera cipriota, per addomesticare l’animale. Aveva provato a sfuggirgli, ma i suoi artigli lo avevano afferrato sempre nella loro strettissima morsa. Aveva provato a ignorarlo, ma il suo ringhio penetrava nei meandri più profondi della sua anima. Solo la vista del mare gli dava pace, era nato in una città di mare e questo elemento naturale era l’unico in grado di addomesticare la bestia. Guardare le onde andare e venire mentre fanno danzare le navi sulla superficie dell’acqua, dava una pace interiore con la quale tenere buono quell’animale feroce. È per questo che amava perdersi in quella immensa distesa mobile. Finì la sigaretta, lanciò il mozzicone nel mare grigio e mosso restando lì a fissare il panorama chiuso nei suoi pensieri.

 «Ehi! Tu italiano! Torna sotto coperta c’è del lavoro per te!» la rauca voce del nostromo si fece sentire in tutta la sua rudezza. 

Si girò lentamente e si avviò, con passo calmo, verso la scala del ponte di comando da cui il nostromo Demetrios lo guardava in cagnesco. I due uomini si fissarono negli occhi. 

«Devi fare un lavoro in sala macchine Gheorgios, vai subito!» ringhiò il nostromo. 

«Se…se va bene capo ho capito, non urlare, comunque ti ricordo capo che mi chiamo Giorgio, chiaro? G-I-O-R-G-I-O, capito?» gli rispose scandendo le lettere del suo nome perché l’altro lo capisse.

Il nostromo non rispose ma gli tirò una brutta occhiata, prima di rientrare nella torre di comando. 

Giorgio scese in sala macchine, tutti lo rispettavano in quel luogo, anche l’ufficiale da cui prendeva gli ordini ammirava la sua bravura nel saper trafficare con i motori; era bello stare in sala macchine, era come essere invisibili agli occhi del mondo sotto la torre di comando, nei meandri di quel gigante di ferro, dentro al quale si parlavano tutte le lingue e nessuna, dove tutto era reso ovattato dal ronzio in sottofondo dei motori. Gli dissero che c’era un problema, uno strano rumore era stato percepito vicino a uno dei motori ed era meglio dargli una controllata. Giorgio andò a vedere, ma si rese conto che era solo una vite spanata che causava quel rumore e mentre la stava riavvitando, cominciò a riflettere su l’equipaggio di quella nave: erano tutti uomini della stessa età circa e sembrava che la vita avesse giocato qualche brutto scherzo a quella torva masnada. 

Pare che ognuno abbia un fardello molto pesante sulle proprie spalle da portare.

Pensò, mentre stava mettendo a posto la vite. Gli sembrò che qualcuno avesse reclutato quello specifico tipo di equipaggio a posta. Erano tutte persone taciturne, immerse nei loro pensieri, facce serie, si parlava solo per lavoro. Ognuno parlava una sua lingua, non c’era una lingua franca a volte si usavano i gesti per comunicare. Tutti erano attenti a far bene la loro mansione, poi ognuno se ne andava nella sua cabina nella torre di comando a fine turno, l’unica occasione di riunione collettiva erano i pasti consumati in sala mensa. Tutti sembravano avere qualcosa da nascondere, tutti probabilmente erano in fuga dal loro passato, tutti temevano il comandante. Questi sembrava avere potere di vita e di morte sui suoi sottoposti, non c’era modo di sfuggirgli, di eludere la sua attenzione, la sua volontà.   

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