No, non lo volevo fare, ho atteso, ho lottato contro il mostro, contro me stesso. Il vagabondare per la città, non mi ha aiutato. Sono fuggito dalla mia persona, ho calpestato vanamente i marciapiedi bagnati della città. Le raffiche di vento, gli scrosci di pioggia, mi hanno rallentato, ma non fermato. Ho atteso invano una salvezza senza volerla.
Avevo il telefono in tasca, ma non l'ho usato. Se me ne fossi servito avrei vinto, misarei salvato, chiunque sarebbe stato il mio interlocutore. Anche se avessi solo usato una forma di rispetto verso di me, questo avrebbe trattenuto, e forse annientato i miei propositi suicidi.
Si lo so, il benessere che rincorro, equivale al suicidio. Ricevo malessere e desolazione, quando lo cerco in questo modo. Non ho avuto la forza di telefonare, non ho voluto chiedere aiuto. Non ho ricevuto niente, ho solo comprato malessere, camuffato da momentaneo “star bene”.
Ho strappato la linguetta della lattina, ed ho lanciato nel mio corpo la bomba a mano. La prima della solita lunga serie. Ora sono qua a calpestare ancora il marciapiedi bagnato, dove i passanti cominciano a diradarsi, ad aumentare è solo la mia solitudine, accompagnata dal mio malessere. 
Allora cosa mi resta da fare, mentre il popolo della città bagnata si dissolve intorno a me; non posso fare altro che strappare l'ennesima linguetta dall'ennesima granata che lancerò nel mio lacerato stomaco. Pronto ad accogliere e ad attutire, con il mio martoriato cervello la sua ennesima deflagrazione. 
Depongo questo, mentre piove acqua sulla mia testa e birra sul mio cervello. Che il dio Dei buoni (se esiste) possa aiutarmi. 
E vai con lo strappo, Ora rido, sto bene, ma per quanto tempo durerà la mia felicità, un ora, un minuto o un giorno intero? Non lo so, ho usato ancora una volta la chiave magica per accedere al parco delle chimere; e se esse non esistessero?E se le materializzassi io inutilmente, nella mia incosciente mente?
Le cerco, le creo, ci bivacco, con loro vivo il mio effimero momento di vago benessere, lo so che nella notte, durante il mio oblio mi abbandoneranno ancora una volta, per darmi poi in pasto alla mia desolazione, che mi squarcia la mente e fagocita il mio corpo.
Aiuto, aiuto, lo grido forte, a squarciagola, ma dimentico sempre che dal deserto nel quale di continuo mi rifugio, nessuno può udire le mie grida, se non io solo. Credo sia giunta l'ora di ascoltare me stesso, di ascoltare le mie grida di aiuto.
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O no?

  

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