Quel giorno non aveva intenzione di fermarsi. 

Voleva arrivare in anticipo, senza deviazioni né distrazioni, all’ultimo appuntamento della giornata: consulente editoriale per una prestigiosa casa editrice, proponeva libri d’arte, raffinati e costosi, a un pubblico di nicchia. 

Un mestiere elegante, tra pagine preziose e clienti selezionati, dove le parole sussurrate e la teatralità dei gesti, dosati con cura e maestria, avevano il compito di condurre il probabile acquirente a firmare il contratto di prenotazione dell’opera. 

 

Ma l’autogrill... 

quella vecchia tentazione ogni volta tornava irresistibile. Da sempre era un punto di richiamo che non riusciva a evitare. E così capitò anche quel giorno. La freccia a destra e l’ingresso nell’area di sosta; la solita difficoltà a trovare un parcheggio tra altre automobili, tir, bus turistici e famiglie in transito. Parcheggiò vicino a una colonnina di ricarica per automobili elettriche, scese, collegò la presa all’auto, indossò la giacca sfilandola dal gancetto posteriore e, con gesti meccanici, sistemò la cravatta e la cintura prima di varcare quel folcloristico microcosmo.

Dentro, il caos familiare tipico dell’autogrill, che a lui tanto piaceva: voci sovrapposte, telefonate, bambini che piangevano, clienti distratti e impazienti. L’aroma del caffè si mescolava al profumo dolciastro delle brioche e all’odore pungente del disinfettante con il quale un inserviente stava pulendo velocemente i tavoli. Superata la zona ristoro, un piccolo spazio con alimentari, prodotti tipici e giornali, e oltre ancora, la scala per scendere nelle toilette. Un affresco di umanità in movimento.

 

La vide. Improvvisamente.

Era dietro il bancone tra altre commesse indaffarate e rapide che non si rivolgevano mai né una parola né uno sguardo, muovendosi agilmente tra loro, intralciandosi il minimo indispensabile. Indossavano la stessa divisa verde con il logo e la targhetta con il nome, che lui non riuscì a leggere. Ma lei… lei era diversa: un viso serio e delicato. Sembrava capitata lì per caso: lieve nei movimenti, accennava sorrisi che sembravano piccole carezze riservate a ogni cliente che si spintonava dall’altra parte del banco sventolando alto lo scontrino, come un trofeo vinto alle giostre. Restò immobile qualche minuto, incantato dalla naturale leggerezza che usava in ogni gesto. C’era qualcosa di speciale nei suoi occhi, una luce che lo attraversava, un azzurro di pensieri profondi e mondi interiori che sfioravano la mestizia. Sentiva che, tra tutte le cose che aveva visto e vissuto nella sua vita, quel viso non l’avrebbe più dimenticato, accompagnandolo nei suoi giorni futuri. 

Pensò: «Se la guardo ancora un attimo, forse capirà, forse capiremo entrambi». 

Ma non lo fece. Il momento magico svanì. 

Eppure avrebbe voluto dirle, prendendole la mano:

 «Io ti vorrei parlare… Non so dove cominciare. Non la vedi? Non la tocchi oggi la malinconia? Non lasciamo che trabocchi, vieni, andiamo andiamo via». *

Ma il mondo riprese a girare nell’incantesimo svanito di quell’attimo: una piadina addentata, un succo rovesciato, voci che si rincorrevano. Bevve il caffè, amaro e ristretto, sorrise divertito ai suoi pensieri e uscì nella luce del pomeriggio che scivolava nella sera.

Gli rimase addosso una sensazione particolare: la certezza che quella ragazza, sconosciuta eppure così vicina, fosse la donna che aveva cercato per tutta la vita e che un amore sfiorato, e che mai avrebbe vissuto, non sempre rappresenta una sconfitta o una perdita. 

A volte è una forma pura di bellezza che, per esistere, non ha bisogno di realizzarsi.

«Ciao tesoro, l’ultimo appuntamento poi torno a casa».

Salutò la moglie al telefono e ripartì.

 

*(N.d.R.)

Il testo in corsivo è tratto dalla canzone “Autogrill”, dall'album ”Guccini", uscito nel 1983.

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