Sembrano trascorsi secoli. Il mondo è cambiato così tanto che, a volte, faccio fatica a riconoscere quello di allora in quello di oggi. Eppure sono passati soltanto settant'anni.

Computer, smartphone, tablet, videogiochi e droni appartenevano a un futuro che nessuno di noi avrebbe saputo immaginare. La nostra vita scorreva a un ritmo diverso, più lento, almeno così mi sembra adesso che la guardo da lontano. La nostra infanzia, però, non era meno ricca di quella dei bambini di oggi. I nostri giochi erano semplici, socializzanti, collettivi e, soprattutto, non costavano nulla. Non giocavamo da soli: insieme ai coetanei usavamo la fantasia per trasformare gli oggetti più comuni in giocattoli. Un cerchio di ferro ricavato da una vecchia botte, dei sassolini, dei pezzi di legno, dei bottoni, una scatola di latta o frammenti di mattone potevano bastare per inventare un passatempo. Con le nostre mani costruivamo fionde, archi e spade; con le gambe correvamo per ore, tra nascondino, “acchiapparella” e giochi inventati sul momento.

Le strade erano il nostro mondo. Le piazze, i vicoli e gli spazi tra le case ci appartenevano, almeno finché non arrivava il momento di tornare a casa. Non avevamo bisogno di essere intrattenuti: sapevamo farlo da soli, insieme agli altri. E quando il gioco finiva, spesso ne cominciava un altro.

Il denaro, nelle famiglie, era poco e serviva per le necessità quotidiane. I giocattoli comprati erano un lusso. Poche famiglie possedevano una radio; il televisore, invece, sembrava appartenere a un altro mondo.

La prima volta che ne vidi uno ero ancora un bambino, verso la metà degli anni Cinquanta. Non ricordo il giorno preciso, ma ricordo bene la meraviglia.

Nel nostro antico borgo ce n'era uno soltanto.

Apparteneva a Giuseppe, per tutti Peppino, un emigrato tornato dalla mitica America dopo aver fatto fortuna. Così si diceva, e per noi bambini l'America era un luogo remoto e favoloso, quasi quanto i paesi che avremmo poi imparato a conoscere attraverso quello stesso televisore.

Peppino era in pensione e ogni mese riceveva dall'America la sua cecca, come chiamava l'assegno della pensione, storpiando il termine inglese check. Rispetto agli altri abitanti del paese era un uomo facoltoso. Avrebbe potuto starsene tranquillo a godersi i suoi risparmi, invece decise di acquistare un televisore e di metterlo a disposizione di tutti.

Non so se, allora, fossimo capaci di comprendere fino in fondo la generosità di quel gesto. Per noi contava soprattutto una cosa: in quella casa si poteva assistere a un prodigio.

Il televisore era una grande scatola scura, appoggiata sopra un tavolo in un salone al pianterreno, proprio di fronte alla piazza principale. Aveva un vetro al centro e alcune manopole sulla destra. Da quel rettangolo luminoso uscivano voci, musiche e immagini di un mondo che non conoscevamo.

Ci trovavamo davanti persone che parlavano, animali mai visti, città immense, navi, treni e paesaggi lontani. Ricordo soprattutto il mare, con la sua distesa d'acqua che sembrava non finire mai. Per noi, abituati alle montagne e alle strade del paese, era quasi inconcepibile che esistesse qualcosa di così grande.

Una volta, non riuscendo a spiegarmi come tutto ciò fosse possibile, girai dietro l'apparecchio. Volevo scoprire dove fossero nascoste quelle persone, dove si celassero gli animali, da quale fessura entrassero e uscissero le voci.

Naturalmente non trovai nulla.

Rimasi forse un po' deluso, ma il mistero non si sciolse. Anzi, diventò ancora più grande.

Il salone di Peppino era aperto a tutti. Chi voleva sedersi portava una sedia da casa; gli altri si accomodavano sul pavimento o restavano in piedi, cercando un posto da cui vedere bene lo schermo. Nei giorni più freddi, la stufa diffondeva un calore che rendeva ancora più piacevole stare lì, raccolti gli uni accanto agli altri.

Peppino non chiedeva denaro. Gli bastava che, di tanto in tanto, qualcuno portasse un po' di legna per le serate più fredde.

Così, mio fratello e io partivamo da casa con una fascina sulle spalle. La sentivamo pesare mentre attraversavamo il paese, ma quel peso non ci dispiaceva. Era il prezzo, lieve e giusto, per entrare in quel mondo incantato.

Ancora oggi, ripensandoci, mi sembra di rivedere quelle serate: il legno che crepitava nella stufa, le voci degli adulti, i bambini seduti per terra, il brusio che si spegneva appena cominciava la trasmissione. Per qualche ora, il salone diventava il centro del nostro piccolo universo.

Fu lì che scoprii il calcio.

Il 6 maggio 1959 fu trasmessa la partita Inghilterra-Italia, giocata a Wembley, a Londra. Finì 2-2, ma del risultato, a dire il vero, mi è rimasto ben poco.

Ciò che mi colpiva erano i grandi quadrati che sembravano disegnati sul terreno di gioco. Mi domandavo chi avesse avuto la pazienza di tracciare tutte quelle linee e come avesse fatto a renderle così precise. Solo più tardi avrei scoperto che si trattava di un effetto ottico, prodotto dal diverso verso di taglio dell'erba.

Mi affascinavano anche i passaggi. Un calciatore colpiva il pallone e quello, quasi obbedendo a un comando segreto, raggiungeva i piedi di un compagno lontano. Come facevano a essere così precisi? Come riuscivano a capire dove si sarebbe trovato l'altro un istante dopo?

Guardavo e cercavo di imparare, senza sapere bene che cosa stessi cercando. Forse era così che cominciavano tutte le scoperte di quegli anni: da una domanda semplice, alla quale nessuno aveva ancora sentito il bisogno di rispondere. E di domande ne avevo tante.

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