''Guarda lì'' mi disse. 

''Dove?'' gli chiesi guardandomi attorno, rendendomi improvvisamente conto di dove ci trovavamo. 

''Quella bambina'' disse indicandomi la rientranza della strada di fronte a noi. La bambina con le trecce bionde aveva parcheggiato la sua bici accanto al portone di casa sua. Ancora non capivo cosa dovevo vedere e lui se ne accorse perché continuò... ''Noi siamo come le ruote della sua bicicletta'', aggrottai la fronte ma mi impegnai a vedere quelle ruote, attaccate insieme dal telaio rosa, nello stesso modo in cui lo vedeva lui. '' Funzioniamo insieme quando siamo con gli altri; se qualcuno smette di pedalare ci fermiamo.'' I miei occhi si riempirono di nuovo di lacrime calde e abbondanti. Un rapporto a metà, è questo quello che abbiamo. Alzai lo sguardo sul muro sopra la bicicletta: centinaia di minuscoli fiorellini la riempivano partendo dalla pianta in basso a destra di quella che poteva sembrare una cartolina d'addio. Ma con gli occhi pieni di lacrime vedevo un'unica distesa di colori diversi senza forma. Era vero, erano abituati ad uscire con gli altri che gli dicevano di essere una bella coppia, ed in quel momento ci credevano, ma arrivati a casa non condividevano niente, né la tv, né una canzone della radio, nemmeno un pensiero.
''Elisa, lo so che fa male'' le lacrime inumidivano appena i suoi occhi marroni. È sempre stato più forte lui.
''Fa stare male anche me, ma se lo facciamo tra una decina d'anni questa cosa ci devasterà''.
''Lo so'' la mia voce uscì stroncata.
Finalmente la vedeva, la via d'uscita. Il suo bullone lentamente si svitò e rimase inutile, ma forte nella sua indipendenza. La bambina uscì dal portone, prese la bici e pedalò. Non si accorse di me che restai lì a fissare il vuoto, immobile. Continuò a pedalare grazie alla ruota anteriore e alle rotelle che ancora non riusciva a togliere. Elisa guardò Alberto allontanarsi ed asciugarsi il viso, ma senza mai girarsi verso di lei, alla stessa velocità della bambina.

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