Lui appoggiò la valigia per terra e la busta di plastica sulla valigia. Raddrizzò le spalle e si piazzò davanti a loro.
Rae e Maxim fecero un passo indietro e, dopo alcuni istanti lo abbracciarono senza dire una parola.
“Non glielo dirò mai” fu la prima cosa che lui pensò. Tornava libero quel giorno dopo aver scontato una pena di 25 anni per l’omicidio della moglie. Ad attenderlo trovava i suoi ragazzi che, raggiunta la maggiore età, avevano deciso di perdonarlo e riavvicinarsi a lui dopo un ripudio durato oltre 13 anni. La condanna era stata di 34 anni ma ad attenuarla avevano contribuito 3 anni di indulto e il bonus per buona condotta, 45 giorni ogni 6 mesi. “Non glielo dirò mai” si disse ancora.
«Cos’hai in quella busta?» chiese Rae, mostrando la stessa curiosità della madre.
«Le cose che avevo con me il giorno in cui mi prelevarono» rispose. «Me le hanno restituite oggi, ma non ricordo cosa avessi con me».
Sapeva di mentire, non era la memoria a difettare, ma la voglia di dimenticare a imporsi. Sì, voleva cancellare l’orribile ricordo di quel giorno in cui, oltre alla donna che amava più di se stesso, aveva accoltellato anche tutti i suoi sogni. In Tribunale non si era difeso, aveva chiesto soltanto perdono per aver lasciato senza genitori i suoi due bambini di 5 anni, le ragioni della sua vita, che amava ancor più della moglie e per i quali avrebbe sacrificato tutto. Non aveva chiesto attenuanti per il suo feroce gesto, partorito dalla bestia scatenatasi in lui dalla notizia che i bambini non erano suoi. Quella notizia se l’era sentita vomitare addosso come spiegazione della volontà di lei di andare via perché stanca di amare di nascosto il vero padre. Non lo aveva detto nemmeno al suo avvocato. “Non glielo dirò mai” pensò ancora guardando i ragazzi.
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