“Mi pare ti piaccia, il gelato.”

Il ragazzino si pulisce la bocca col tovagliolo.

“Da piccolo, anch'io ne andavo pazzo – nocciola e pistacchio, ne mangiavo fino a scoppiare.”

Guardo una fila di ragazze, che entrano in Piazza Cavour.

“Ma non lo mangiavo nella coppa; mi piaceva solo il cono, e io ero così lento che ogni volta finivo per macchiarmi.”

Ridono e scherzano in inglese, pallide contro i raggi pomeridiani – il loro chiacchiericcio straniero mi attira, e diverte.

“Ero sempre distratto, e facevo incazzare i miei genitori.”

“Tutto bene, signori?”

Un cameriere mostra il suo sorriso d'ordinanza – ha il viso lucido per il caldo, e abbronzato dalle lampade.

“Certo, servizio e gusto ineccepibile. Vero Jean?

Jean fa un cenno col capo, ma non stacca gli occhi dal gelato.

“Lo scusi, sa, è un po' timido...”

“Non c'è problema, si figuri.”

La camicia è allentata, e si intravede l'irritazione della ceretta.

“Già che c'è, se non le dispiace, potrebbe portarci il conto?”

“Subito, signore.”

Si gira su se stesso e si allontana, serpeggiando tra i tavoli.

Jean appoggia il cucchiaio a lato, solleva la coppa a due mani e beve la fresca poltiglia che una volta era gelato.

“Bravo, Jean – ma ricordati di pulire le labbra.”

Oh, shut,up!

Le straniere fanno un sacco di casino – sguaiate, si accalcano dietro al bastone da selfie. Il silenzio è frammentato, scandito dagli scatti della fotocamere

Mi slaccio le maniche della camicia, e le tiro indietro.

Jean tira indietro la sedia, e fa per alzarsi.

“Aspetta, sta arrivando il conto.”

 

Gli sto mostrando l'esterno del Duomo, ma non sembra molto interessato.

“Sei stanco?”

Jean si strofina gli occhi, e annuisce.

“Va bene dai, allora andiamo subito a casa.”

Svoltiamo verso la Casa del Fascio, mano nella mano, e allunghiamo il passo per sfuggire alla canicola.

“Appena arrivati a casa filiamo subito a farci una bella doccia, e ci leviamo di dosso tutto il sudore!”

 

Appoggio la nuca alla parete, e chiudo gli occhi – l'acqua mi scroscia in faccia, e copre tutti gli altri rumori.

Non posso fermarmi molto, giusto il tempo di lavare via la puzza.

Chiudo il rubinetto, tiro indietro i capelli ed esco dalla doccia per asciugarmi.

Butto l'asciugamano in un angolo, e infilo mutande, calze, pantaloni e camicia puliti – maniche tirate indietro, fino al gomito.

La finestra è accostata, per far uscire l'umidità.

Infilo le ciabatte ed esco – devo andare in camera da letto, e in fretta.

Attraverso il corridoio, la raggiungo, apro la porta (chiusa a chiave, per sicurezza) e scopro che Jean è sveglio.

Intontito, semi seduto contro il bordo del letto – cerca di far presa contro qualcosa per alzarsi, ma non ci riesce.

“Jean! Cosa ci fai per terra? Dovresti essere a letto!”

Fa caldo in questa stanza, è insopportabile.

Vado da lui, e mi chino per sollevarlo – prova a fare resistenza, ma è inutile.

“Su su su, da bravo, non fare i capricci!”

Riesco ad appoggiarlo sul letto, e a farlo calmare.

“Rilassati – devi dormire, ché ne hai bisogno. Non fare lo sciocco.”

Perché non ho messo delle dannatissime cinghie a questo letto? Non avrei buttato via una doccia.

A sinistra del letto, su un comodino, c'è una bottiglietta d'acqua.

Mi allungo a lato e la prendo – è piena per metà.

“No Jean, così non va.”

Lo afferro per i capelli, e gli alzo la testa.

“Ti avevo detto di bere tutto.”

Gliela poggio sulle labbra, e la inclino – e lui beve, beve, beve.

“Ecco, bravo.”

Gli accarezzo i capelli – corti, e neri. Ha una cicatrice dietro l'orecchio, rattoppo casereccio per una brutta botta rimediata verso i quattordici anni.

Mi hanno detto che ha resistito fino alla fine. Ha pianto, ma ha sopportato tutti i punti.

È un ragazzo dalla fibra forte, e questo è un bene.

La finestra della stanza è chiusa, e il sole entra e batte contro la parete.

 

Il teschio sulla sua maglietta si alza e si abbassa, ritmicamente.

Per quello che l'ho pagato, spero ripaghi ampiamente le mie aspettative – ho tanti contatti dalle parti di Milano, coi loro figli adolescenti seviziati da smog e inquinamento.

E dove c'è un organo da cambiare, arrivo io.

Porto cuori, polmoni & c. a tutti coloro che se lo meritano, e pagano abbastanza per averlo.

Analisi e certificati d'idoneità sono compresi nel prezzo, sia chiaro.

Un cliente vivo e sano è un cliente felice, e porta buona pubblicità – l'anima, del commercio.

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